Tra Pechino e Kiev | America-Cina di Luned 31 gennaio 2022

America-Cina Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

testata

Luned 31 gennaio 2022

editorialista di marilisa palumbo

Ben ritrovati,

la settimana che si apre oggi è quella del via alle Olimpiadi invernali cinesi, che tra fobia da contagi e boicottaggi sono e saranno (ma non è sempre così per i Giochi?) piene di messaggi politici (uno l’ha appena mandato Kim con il suo super missile). Il nostro Guido Santevecchi è lì per raccontarci ogni dettaglio.

L’attenzione del mondo resta su Kiev: l’America si prepara a colpire con le sanzioni la cerchia più stretta di Putin, ma tutta la partita sembra giocarsi attorno al gas. A partire da Nord Stream 2: nonostante il governo tedesco si sia allineato alla minaccia di bloccarlo in caso di invasione, la crisi ucraina sta mettendo alla prova il partito del cancelliere, la Spd, abituata a sponsorizzare il dialogo con Mosca.

Buona lettura per scoprire il resto.

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1. Diario olimpico da Pechino: più pattinatori che comunisti
editorialista
di guido santevecchi, corrispondente da pechino

imagePattinatori della domenica (ma ben equipaggiati) su un laghetto ghiacciato di Pechino

Gli sport delle Olimpiadi invernali sono piuttosto elitari. L’attrezzatura costa cara, le specialità, sci a parte, sono spesso per pochi adepti: non è che la domenica si vada tutti a lanciarsi nel vuoto da un trampolino alto 120 metri, o no? E chi ha tentato un triplo axel sul ghiaccio? Ai cinesi, gente pratica, fino al 2015 le discipline della neve erano oscure. Ma quell’anno il Cio assegnò a Pechino le Olimpiadi 2022. E il Partito-Stato si è impegnato in una crociata bianca per portare su neve e ghiaccio 300 milioni di cittadini nel giro di sei anni. Un’impresa notevolissima, anche se si tiene conto che i tesserati comunisti sono «solo» 90 milioni.

Il Bureau nazionale di statistiche segnala che l’obiettivo 300 milioni è stato raggiunto e superato di slancio: «346 milioni di cinesi hanno preso parte ad attività sportive invernali». Per servire il popolo delle nevi, sono stati costruiti 803 impianti sciistici all’aperto o indoor; 654 piste da pattinaggio; è stata costituita un’industria del tempo libero invernale potenzialmente da 120 miliardi di euro all’anno (interessantissima anche per il made in Italy).

In questo gigantismo tipico del governo cinese, si specchia il nanismo dei risultati olimpici: da quando partecipa ai Giochi invernali (Salt Lake City 1980) la nazionale rossa ha portato a casa solo 11 medaglie d’oro, 10 concentrate nello short-track, il pattinaggio veloce. Questa volta, per la gioia di Xi Jinping, gli esperti internazionali pronosticano 13 medaglie di cui 6 d’oro. E quando e se i 346 milioni di cittadini della strada introdotti sulle piste da sci e da pattinaggio, magari muniti di «stones» per il curling, cresceranno, arriverà anche la pioggia di medaglie alla quale la Cina ci ha abituato nelle Olimpiadi estive.

2. Diario olimpico da Pechino/II: i Giochi «riciclati»

imageL’impianto per il Big Air, una ex acciaieria che ora somiglia a una scarpa con tacco a spillo

(Guido Santevecchi) Pechino è stata scelta per le Olimpiadi invernali per due motivi principali:

  1. non c’erano candidature alternative a parte la improbabile Almaty del Kazakistan, superata con 44 voti a 40 (e menomale, perché altrimenti, oltre che con il Covid-19 avremmo dovuto fare i conti con il sangue e gli intrighi delle ultime settimane).
  2. I cinesi avevano presentato un piano a basso costo economico e ambientale, riciclando molti degli impianti costruiti per i Giochi estivi del 2008. Poco importa che nella capitale cinese la neve sia una rarità quasi estinta con il riscaldamento globale e che anche sulle montagne dei dintorni (tra i 100 e i 200 km) la media di imbiancamento di gennaio-febbraio arrivi a 7,9 millimetri: ci sono i cannoni che sparano neve artificiale in azione da settimane.

Costo preventivato dell’allestimento olimpico: solo 4 miliardi di dollari, rispetto per esempio ai 50 dilapidati nel 2014 per Sochi, sul Mar Nero. La cerimonia inaugurale si terrà venerdì nel Niaochao, il Nido d’Uccello, lo stadio-icona del 2008: disegnato dallo studio svizzero Herzog & de Meuron, cinto da 35 chilometri di flessuose travi d’acciaio che sorreggono una struttura pesante 45 mila tonnellate. Questa volta non ci sarà Ai Weiwei, l’artista cinese che partecipò alla progettazione e ora si è autoesiliato in Europa. Ma la coreografia sarà curata nuovamente da Zhang Yimou, che promette meraviglie a basso costo.

Purtroppo, non ci saranno certo gli 80 mila spettatori che potrebbero trovare posto in tribuna, perché il Nido è nel «circuito chiuso» dei Giochi, inavvicinabile per i pechinesi comuni, nel timore che vengano contagiati dagli stranieri. Il Water Cube del nuoto 2008 e stato letteralmente congelato all’interno per trasformarsi in Ice Cube e ospitare il curling. Nel vecchio Capital Indoor Stadiun della pallavolo gareggiano i pattinatori di velocità short-track e gli artisti del pattinaggio di figura. Sono nuovi di cantiere l’Ice Ribbon (Nastro di ghiaccio) dello speed skating e lo Shougang Big Air, disegnato per le evoluzioni spericolate con lo snow board.

Lo Shougang si trova sul luogo dove sorgeva la più grande acciaieria della Cina, chiusa nel 2010 per cercare di ripulire l’aria irrespirabile della capitale (e in effetti sono stati fatti molti progressi, il cielo sopra Pechino è blu cobalto in questi giorni). Sui social mandarini gli architetti dello Shougang sono stati bersagliati da critiche, perché la loro opera ardita, in travi d’acciaio, somiglia di profilo a una scarpa con tacco a spillo. Risposta secca dei pianificatori: «Il mondo è di fronte a un esempio unico di conservazione dell’eredità industriale socialista».

Considerando che per le specialità alpine dello sci sono state dovute tirare su dal nulla due cittadelle lontane 100 e 200 chilometri da Pechino (Yanqing e Zhangjiakou) i costi sono sicuramente lievitati rispetto ai 4 miliardi propagandati. Solo per la ferrovia ad alta velocità che ora collega la città alle sue montagne in 50 minuti, sono stati messi a bilancio 9 miliardi di dollari. Ma ne valeva la pena, dicono gli organizzatori: «470 mila persone della zona hanno lavorato al progetto e sono state riscattate dalla povertà».

3. Ucraina, davvero Berlino è l’anello debole del fronte occidentale?
editorialista
di paolo valentino, corrispondente da berlino

imageIl cancelliere Olaf Scholz con quattro dei suoi ministri. Alla sua sinistra la responsabile degli Esteri Annalena Baerbock

Oggi pomeriggio a Berlino, nella Willy Brandt Haus, il quartier generale della Spd, c’è una riunione di emergenza inedita e importante. L’ha convocata il segretario generale Lars Klingbeil e vi prendono parte il capogruppo al Bundestag Rolf Mützenick, il viceministro degli Esteri Michael Roth, la premier del Mecklenburg-Vorpommern Manuela Schwesig e l’ex presidente del partito Martin Schultz.Non c’è il cancelliere Scholz, ma fonti del partito assicurano che verrà informato in tempo reale dell’andamento e dell’esito dell’incontro. Tema del meeting: la crisi ucraina e l’atteggiamento da prendere nei confronti della Russia. Il principale partito di governo tedesco ha un problema. E con la Spd ce l’ha la Germania. Da quando Vladimir Putin ha concentrato oltre 100 mila soldati al confine con l’Ucraina, ponendo una serie di richieste agli Stati Uniti e alla Nato e minacciando «misure tecnico-militari» nel caso non vengano soddisfatte, la Germania — il primo Paese d’Europa, perno irrinunciabile dell’Alleanza atlantica — è apparsa come l’anello debole del fronte occidentale.

È più una questione di percezioni che di sostanza, visto che la Germania è del tutto allineata con gli alleati sulla posizione che un’azione militare dei russi contro Kiev, provocherebbe «massicce conseguenze» in termini di contromisure e sanzioni, compresa la sospensione del gasdotto Nord Stream 2. Ma è un fatto che le cautele tedesche e l’assoluta priorità che Berlino dà al dialogo con Mosca abbiano alimentato critiche e diffidenze verso il nuovo governo rosso-giallo-verde di Olaf Scholz.

Come sempre, il maligno si nasconde nei dettagli. C’è stata la «voce dal sen fuggita» dell’ammiraglio Kay-Achim Schönbach, il capo della marina tedesca, costretto alle dimissioni dopo aver detto che «Putin chiede soltanto un po’ di rispetto e probabilmente se lo merita». E se il rifiuto a fornire armi a Kiev si inscrive del tutto nella tradizione post-bellica del Paese, che lo esclude nei casi di Paesi in guerra, è suonata imbarazzante la decisione di regalare all’Ucraina 5 mila elmetti da soldato, che ha fatto dire all’ex pugile e sindaco di Kiev Vitali Klitschko: «La prossima volta ci manderanno cuscini?».

Ma il problema vero è la socialdemocrazia, ormai apertamente lacerata da una polemica interna che rischia di paralizzare lo stesso cancelliere.Per ragioni storiche, politiche e soprattutto economiche, la Spd ha sempre sostenuto la necessità di un canale aperto con Mosca. Il retaggio della guerra di sterminio nazista contro l’Unione Sovietica e la tradizione dell’Ostpolitik con cui Willy Brandt in piena Guerra Fredda inaugurò un intenso dialogo con i Paesi comunisti, sono ancora oggi i fondamenti di questa posizione. E poi c’è il gas russo, risorsa indispensabile per l’economia tedesca,di cui il Nord Stream 2, il gasdotto che passa sotto il Mare del Nord aggirando l’Ucraina, ormai completato ma non ancora in funzione, è diventato la pietra dello scandalo. «Progetto solo economico e non politico», diceva ancora poche settimane fa lo stesso cancelliere Scholz, escludendone la cancellazione, in questo in piena continuità con l’ex cancelliera Angela Merkel. Ora anche Scholz sembra però aver preso atto della realtà, ammettendo che un’aggressione militare russa contro l’Ucraina cambierebbe radicalmente lo scenario e nulla potrebbe più essere escluso, compreso il blocco del Nord Stream 2.

La Spd però è spaccata. Soprattutto per l’influenza ancora esercitata su questo tema dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, che del consorzio del Nord Stream 2 è presidente ed è considerato il capo dei cosiddetti Putinsversteher («quelli che capiscono Putin») in Germania (…). Inutile dire che Schröder e gli altri sono per tenere fuori in ogni caso il Nord Stream 2. Ma il viceministro Roth e l’ex ministro degli Esteri Sigmar Gabriel hanno preso una posizione critica sia sul gasdotto che sulle forniture d’armi, dicendo che «di fronte a quanto succede bisogna discutere di tutto e senza più tabù». Intanto, crescono sempre più gli inviti alla direzione del partito a prendere le distanze da Schröder. La riunione di oggi dovrebbe portare un po’ di chiarezza (qui l’articolo completo).

4. L’emiro del Qatar a Washington. Biden pensa alle sanzioni contro il Cremlino e cerca gas
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

imageJoe Biden e la first lady Jill ieri a Washington

Oggi Joe Biden riceve l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, alla Casa Bianca. L’incontro, naturalmente, era stato programmato mesi fa. L’agenda ufficiale, hanno spiegato ieri due consiglieri del presidente in una «conference call» con i giornalisti, è incardinata su due temi: Iran e Afghanistan. Ma è evidente che l’argomento più importante del summit sarà un altro: la fornitura extra di gas all’Unione europea.

A Washington prevale sempre il pessimismo: la Russia si sta preparando a una qualche forma di aggressione dell’Ucraina. Stati Uniti e alleati dovranno essere altrettanto pronti e rapidi a imporre sanzioni durissime. In cima alla lista di Biden c’è il blocco dell’export di gas e petrolio. Bisogna trovare, però, e rapidamente, fonti alternative. Da settimane gli esperti dell’amministrazione stanno facendo pressioni sulle principali compagnie petrolifere americane e mondiali: aumentate i flussi più che potete.

Nello stesso tempo la Casa Bianca sta sondando i Paesi con più riserve di gas, a cominciare proprio dal Qatar. Finora, però, sono emersi soprattutto i problemi. Lo Stato del Golfo, da 50 anni solido alleato degli Stati Uniti, è quasi al massimo della capacità di produzione. Inoltre ha firmato importanti contratti di fornitura con Giappone, Corea del Sud, Cina e altri.

Infine, scarseggiano le navi cargo. Un’inchiesta pubblicata dal sito di Foreign Policy, il 27 gennaio 2022, conclude che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti potrebbero far arrivare nei 28 terminali europei il 43% del gas attualmente consegnato dalla Russia. Tuttavia anche questo obiettivo non è affatto scontato. Oggi Biden proverà a convincere l’Emiro a collaborare. Poi, bisognerà vedere a quali condizioni. Il prezzo degli idrocarburi, con tutta probabilità, salirà ancora e i gli europei potrebbero essere costretti a pagare penali contrattuali salate pur di ottenere i carichi di gas liquido destinati altrove.

5. Niente esercitazioni navali: i pescatori irlandesi «piegano» Mosca
editorialista

Una piccola grande vittoria. I fieri pescatori irlandesi hanno «costretto» la Russia a rivedere i suoi piani. Mosca aveva programmato tiri a fuoco di sue unità a sud ovest delle coste dell’Irlanda, esercitazioni a partire dal 3 febbraio in acque internazionali ma all’interno della zona d’esclusione economica e soprattutto in un settore ricco di pesce. L’annuncio ha provocato le proteste dei marinai locali, preoccupati per le conseguenze sulle loro attività. Alcuni equipaggi si sono mobilitati per alternarsi nel quadrante, preparando una mossa di disturbo clamorosa.

imageL’incrociatore russo Marshal Ustinov

Davanti alle contestazioni i russi hanno fatto un passo indietro. Inizialmente il loro ambasciatore a Dublino, Yuri Filatov, ha cercato di sminuire l’impatto delle manovre, poi ha comunicato lo spostamento altrove. Un gesto di buona volontà, ha spiegato. L’episodio è un evento collaterale di quanto sta avvenendo dal Nord Europa fino al Mar Nero, con una massiccia mobilitazione da parte della Nato e della Russia. Intensa la sorveglianza anche lungo le rotte atlantiche per i recenti movimenti della flotta russa.

6. Già 70 milioni di americani schedati con il riconoscimento facciale. Dove finiranno questi dati?
editorialista

È noto che in tempi di pandemia il governo degli Stati Uniti è stato generoso coi suoi cittadini riconoscendo indennità a chi ha perso il lavoro per il coronavirus, concedendo crediti d’imposta ed erogando sussidi a decine di milioni di famiglie con figli minorenni. È meno noto che, per ottenere questi contributi, gli americani hanno dovuto fornire i loro dati biometrici e accettare di entrare in un sistema che li identifica attraverso il riconoscimento facciale. Sono ben 70 milioni i cittadini Usa che sono già stati schedati con questo sistema e la cosa è avvenuta senza grandi proteste.

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O, meglio, qualche rivolta c’è stata, ma non per timori relativi a violazioni della privacy: la gente si è lamentata soprattutto delle istruzioni confuse e dei tempi lunghi necessari per completare le procedure di sign in. Ma da quando l’Irs (Internal Revenue Service), cioè il Fisco americano, ha reso noto che tra qualche mese i cittadini che interrogano l’amministrazione per avere informazioni sugli assegni familiari, per ottenere un pagamento dilazionato delle tasse dovute o altro ancora, dovranno farsi identificare attraverso il riconoscimento facciale, la musica è cambiata.

Stavolta la reazione c’è stata: proteste venute soprattutto dai parlamentari democratici e dalle associazioni che tutelano i diritti del cittadino. Ad allarmare, più ancora della schedatura da parte di organi dello Stato, è il fatto che l’Irs chiede ai contribuenti di fornire i loro dati biometrici (un filmato del proprio volto trasmesso via computer o smartphone) a ID.me: una società privata alla quale lo Stato ha delegato le procedure di identificazione dei cittadini sulla base di un contratto da 86 milioni di dollari.

Dove finiranno tutti questi dati usati per le verifiche d’identità? La domanda è legittima perché negli Usa non ci sono leggi federali che regolano l’uso e la condivisione di dati personali. E, visto che le grandi società dell’economia digitale si sono arricchite soprattutto vendendo i dati privati dei loro utenti, ogni sospetto è lecito. Sospetti cresciuti ulteriormente quando gli organi di stampa che volevano fare luce hanno sbattuto contro un muro: interrogati sulla tutela della privacy dei contribuenti, i portavoce dell’Irs non hanno fornito alcuna rassicurazione, limitandosi a chiedere ai giornalisti di informarsi presso la società delegata dal Fisco.

Ma, dalla sua sede in Virginia, ID.me non ha fornito alcuna indicazione trincerandosi dietro il no comment. Si sono, così, moltiplicate le richieste di imporre all’amministrazione di rinunciare al riconoscimento facciale o, almeno, di dare ai cittadini anche la possibilità di scegliere un sistema di certificazione dell’identità diverso e meno «invasivo». Ora l’Irs fa sapere che sta studiando la possibilità di introdurre anche altri sistemi di sign in, ma la sensazione è quella della tardiva chiusura di una stalla già vuota: il riconoscimento facciale è stato, infatti, adottato fin dal 2017 quando l’amministrazione federale cancellò il contratto per la certificazione dell’identità dei contribuenti con Equifax (attaccata dagli hacker, questa società privata si fece rubare i dati di 148 milioni di contribuenti). E non si tratta solo di Fisco: oggi ben 18 delle 24 agenzie del governo federale – dalla Social Security (la previdenza sociale) all’amministrazione che eroga servizi ai veterani – hanno cominciato a usare le tecniche del riconoscimento facciale.

7. Yemen, così muoiono centinaia di bambini soldato
editorialista

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite torna a puntare il dito sul conflitto in Yemen e denuncia la piaga dei bambini-soldato. Il documento, lungo oltre 300 pagine e appena consegnato al Consiglio di Sicurezza, accusa il movimento Houthi della guerriglia sciita sostenuta dal regime iraniano di impiegare in modo sistematico minorenni nelle operazioni di combattimento attivo. Circa 1.500 tra loro avrebbero perso la vita nel solo 2020 e numerosi altri l’anno scorso.

Pare che tra i sistemi di reclutamento sia l’organizzazione di campi estivi e la predicazione sistematica nelle moschee da parte di imam-militanti. Il rapporto è circostanziato e preciso: elenca i nomi di 1.406 minori reclutati dagli Houthi e deceduti col fucile in mano nel 2020 e di altri 526 tra il gennaio e maggio 2021. «Ai bambini vengono insegnati gli slogan Houthi del tipo “morte all’America, morte a Israele, maledetti gli ebrei e vittoria per l’Islam”», riportano i suoi quattro autori. «In uno dei campi di addestramento a ragazzini molto giovani, persino di sette anni, viene spiegato come pulire le armi e trovare rifugio sotto i bombardamenti», scrivono, minacciando sanzioni contro i reclutatori.

Il tema dei bambini-soldato è sempre stato al cuore delle attenzioni dell’Onu sin dalla sua nascita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Allora la comunità internazionale era ancora impressionata dall’utilizzo della Hitlerjugend nelle ultime battaglie del regime nazista. Fu poi nelle guerriglie in Africa e nell’America del sud che i bambini vennero impiegati con maggior frequenza. Negli ultimi anni è stata l’Isis a utilizzarli in modo metodico quali volenterosi indottrinati pronti a morire per il futuro del Califfato. Il nuovo rapporto Onu riporta comunque adesso l’attenzione sul conflitto yemenita, che dal 2015 ha causato quasi 20.000 morti nei combattimenti e sotto i bombardamenti, oltre a quasi 100.000 per fame e malattie a causa della destabilizzazione dell’intero Paese.

8. E i ribelli Houthi lanciano un nuovo attacco su Abu Dhabi

(Guido Olimpio) La difesa degli Emirati ha intercettato un drone (o missile) lanciato dai guerriglieri Houthi dallo Yemen. Un attacco — il terzo in pochi giorni — in concomitanza con la visita storica del presidente israeliano Herzog. Tre le «dimensioni» da considerare.

  1. Gli insorti insistono con la pressione sul nemico affidandosi ad armi relativamente economiche ma che possono avere un grande impatto e a prescindere se arrivino sul target.
  2. Nei giorni scorsi la milizia yemenita appoggiata dagli Emirati ha annunciato un ripiegamento nella regione di Sawab (strategica per la presenza di petrolio). Non è un ritiro come chiedevano gli Houthi per mettere fine ai loro raid ma comunque rappresenta un mezzo segnale. Probabilmente è ancora troppo poco per indurre gli insorti filo-iraniani a fermare i lanci.
  3. Gli esperti sottolineano che il sistema di difesa della piccola monarchia sembra per ora funzionare, è basato su sistemi anti-missile americani Patriot e Thaad. Tuttavia la prova reale si ha solo nel caso di un’offensiva massiccia di «vettori» in arrivo, un alto numero di proiettili potrebbe saturare lo scudo.

Sempre agitato un fronte in parte collegato, quello siriano. Israele ha condotto nella notte un raid colpendo depositi dell’Hezbollah libanese (alleato di Teheran) nella regione di Damasco. Sono operazioni di routine per bloccare forniture d’armi ma anche parte della campagna per contrastare l’Iran.

9. Kim spara-razzi fa vedere il pianeta dalla testa di un missile

imageLe foto del test missilistico di domenica distribuite dal regime di Pyongyang

(Guido Santevecchi) La propaganda nordcoreana ha pubblicato oggi un portfolio di foto del test missilistico condotto domenica, il settimo dall’inizio del 2022. Si tratta del missile più potente lanciato dal 2017: ha volato per 800 km, raggiungendo un’altezza massima di 2.000 km. Non era presente Kim Jong-un, per dare a intendere che queste prodezze balistiche sono ormai di routine per la tecnologia bellica della Nord Corea. «Si è trattato solo di un lancio per verificare l’affidabilità di questa classe di missili», ha detto Pyongyang.

Ma per tenere desta l’attenzione del mondo esterno, Kim ha dato mandato all’agenzia di stampa nordista Kcna di diffondere le foto del lancio, con una piccola novità: una telecamera montata sulla testata dell’ordigno ha ripreso dal cielo la terra che in caso di guerra dovrebbe incenerire. Gli analisti esprimono peraltro dubbi e non escludono che le immagini siano state ritoccate, in particolare una che inquadra il muso minaccioso della testata da sopra: come hanno fatto a spedire in cielo un congegno per riprendere il missile dall’alto? Dettagli balistici a parte, e al netto della sceneggiata fotografica, quello di domenica 30 gennaio è stato il 7° test e l’11° missile del mese (per tre volte c’è stato un lancio in coppia di ordigni, in rapida sequenza).

Record mensile per la Nord Corea, che con la minaccia militare cerca di spingere gli Stati Uniti a fare concessioni. (…) La domanda è se Kim si fermerà per non turbare i Giochi olimpici del grande vicino cinese. O continuerà ad alzare il tiro? Gli esperti pensano che i nordcoreani, che già hanno fatto uno sgarbo a Xi Jinping disertando le Olimpiadi (per motivi sanitari) si placheranno tra il 4 e il 20 febbraio. Ma non si sa mai… (qui l’articolo completo).

10. L’ostaggio americano nelle mani del network Haqqani

imageMark Frerich

(Guido Olimpio) Mark Frerich, contractor civile, ex militare della Navy, è stato rapito nel febbraio 2020 in Afghanistan, regione di Khost. Nell’anniversario del sequestro la Casa Bianca ha chiesto il suo rilascio. La storia ha un risvolto particolare. Secondo l’intelligence l’americano sarebbe stato catturato dal network Haqqani. All’epoca il gruppo rappresentava l’ala più estrema del movimento talebano, capace anche di azioni terroristiche.

Oggi, invece, fa parte del nuovo governo insediato a Kabul. I punti da considerare:

  • Non è chiaro quale fosse il ruolo del cittadino statunitense al momento del rapimento.
  • È diventato una pedina da scambiare? I mullah lo useranno per estorcere concessioni diplomatiche o aiuti? Il presidente Biden ha messo le mani avanti escludendo baratti, la legittimità internazionale non può essere conquistata con atti di pirateria. Affermazione di principio che è stata spesso dimenticata quando si è trattato di riportare a casa un ostaggio.
11. In tuta per essere di moda
editorialista

Dalle maniche posticce dei copisti alle calze blu delle maestre ottocentesche, la storia della moda è piena di «abiti da lavoro»rottamati non perché cambi la moda, ma perché è cambiato il lavoro. Il completo maschile da ufficio, due o tre pezzi, perlopiù blu o grigio ferro, riceve dalle ultime sfilate della moda uomo segnali di una possibile simile estinzione. Lo si è registrato, ad esempio, sulle passerelle di Hugo Boss, tradizionalmente produttore di completi maschili che a Wall Street sono una divisa.

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La sua ultima sfilata è stata aperta dalla modella Gigi Hadid in tuta di flanella a vita alta, e ha visto onnipresenti cappellini di lana, piumini bomber, tessuti come la felpa, calze di spugna, colori informali. Niente che negli uffici di una banca d’affari o di un fondo di investimento — da decenni il principale target di mercato di Hugo Boss — sarebbe lontanamente accettabile. Per il marchio è quello che in gergo si dice un «rebranding»: «Eravamo diventati così classici, in questo mondo, da diventare quasi polverosi», spiega il nuovo Ceo di Hugo Boss, Daniel Grieder. «Ora abbiamo dato una spolverata». Nel 2020, «a causa diretta della pandemia», il marchio aveva perso il 30% delle vendite.

Un tracollo. Del resto anche ora che in ufficio si può tornare sono molti i segnali di una «casualizzazione» (così il New York Times) del dress code da ufficio. Goldman Sachs ad esempio — dove il 75% dei 36 mila dipendenti ha meno di 40 anni — ha diramato già prima della pandemia una circolare in cui consentiva di abbandonare la cravatta e rendeva facoltativa persino la giacca, spianando la strada a una generazione di manager —fino ad allora impensabile — in maglioncino. E anche in molti altri uffici di Wall Street, finora tra gli ultimi bastioni della formalità in ufficio, Apple Watch e sneakers da collezione starebbero soppiantando, inesorabilmente, Rolex e mocassini.

12. Miami, una bomba a orologeria

(Irene Soave) Miami sprofonda? L’allarme viene da un edificio collassato quest’estate a Surfside, poco a Nord di Miami Beach: un condominio vecchio, figlio della cementificazione della costa negli anni tra i Sessanta e i Novanta, come a Miami ce ne sono non centinaia, ma migliaia. A Surfside sono morti 98 residenti: uno dei peggiori disastri edili della storia del Paese. Potrebbe non essere l’ultimo.

In Florida ci sono, si stima, un milione e mezzo di appartamenti in quelle stesse condizioni: hanno più di trent’anni, sono stati costruiti in anni di boom economico ed edilizio in cui i controlli erano come minimo laschi, gli immobiliaristi erano una sorta di casta inarrestabile e il global warming non aveva iniziato a modificare in modo evidente il clima della costa, restituendo la Florida, bonificata all’inizio del Novecento, al suo primigenio stato di zona paludosa, piena di zanzare, pre-tropicale.

Miami, scrive il New York Times in un reportage allarmante, è diventata la capitale delle crepe. Crepe nelle piscine, sulle facciate dei condomini erose dal sale, persino sulle balconate e sui pilastri. «Una bomba a orologeria», spiega un ingegnere esperto in grandi strutture della zona. Esploderà?

13. Quel che resta della tempesta
editorialista

imageBoston sabato

Il sole è tornato a splendere oggi, tiepido, sulla costa orientale degli Stati Uniti, flagellata da una tempesta di neve diventata un «ciclone bomba» nel weekend. I venti, arrivati a soffiare fin oltre 130 km orari, hanno abbattuto le linee elettriche, lasciando oltre 100.000 case senza corrente e luce, per lo più in Massachusetts. Colpita tutta la costa dalla Virginia al Maine, ma è lo stato di Boston ad aver subito la forza maggiore di questa furia climatica, con le città di Sharon e Stoughton coperte da quasi un metro di neve.

Città costiere allagate, con vento e onde che si sono abbattute in particolare a Weymouth, a sud di Boston, con le strade inondate di fango e acqua gelida. Alcuni filmati mostravano una strada sott’acqua a Nantucket e le onde che si infrangevano contro le finestre di un edificio a Plymouth. Una furia che ha fatto anche delle vittime: tre secondo le autorità di Long Island. Nella contea di Suffolk un anziano è caduto in una piscina mentre spalava la neve ed è morto assiderato.

Stavano rimuovendo la neve anche i due uomini di 53 e 75 anni deceduti nella contea di Nassau. Ad alimentare la forza della tempesta il riscaldamento dell’oceano. Le acque oceaniche molto più calde «stanno certamente giocando un ruolo nel rafforzamento del sistema temporalesco», sostiene il professore di meteorologia dell’Università dell’Oklahoma Jason Furtado. L’unica fortuna, se così si può dire, è stata la tempistica: la tempesta si è abbattuta nel fine settimana, con scuole e uffici chiusi.

  • (Giuseppe Sarcina) Lo Smithsonian museum di Washington collocherà il ritratto di Anthony Fauci nella galleria dei personaggi più importanti nella storia recente. Ma nello stesso tempo il virologo è attaccato in modo sempre più aspro dai media della destra, nonché da Trump. Fox news è arrivato a paragonarlo al dottor Mengele. Questa offensiva comincia a fare breccia nei sondaggi. La popolarità di Fauci è in calo. Netto tra gli elettori repubblicani. Leggero tra i democratici.

Grazie per essere arrivati fin qui, e perdonate la lunghezza e il ritardo.
A domani,

Marilisa Palumbo

America-Cina esce dal luned al venerd alle ore 13.
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