Mosca-Washington, dialogo dopo le scintille; shock planetario per il gioco di parole

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Marted 1 febbraio 2022

Mosca-Washington, dialogo dopo le scintille; shock planetario per il gioco di parole
editorialista di marilisa palumbo

Ancora tanta Ucraina, tante curiosità olimpiche, qualche manovra militare, ma anche moltissime storie oggi: il Myanmar un anno dopo il golpe (nella foto la protesta degli esuli a Londra); un gigantesco conflitto di interessi dentro la Corte suprema; lo sciopero della fame nel carcere inferno di Rikers Island; la sorte della chiave simbolo della cella di Mandela, il terribile scivolone di Whoopi Goldberg…

…e infine, se ci permettete una nota più leggera (del resto anche Ian Bremmer tra un tweet su Mosca e uno su Biden si è detto «honestly sad» per la novità), noi qui, grandi appassionati di Wordle, siamo ancora un po’ frastornati dall’acquisto del gioco da parte del «New York Times»: c’era da aspettarselo, ma forse quel piccolo passatempo quotidiano non sarà più lo stesso.

Buona lettura.

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1. Dopo le scintille all’Onu, Blinken e Lavrov sollevano la cornetta
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

Dopo l’aspro scontro di ieri al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, oggi americani e russi provano riprendere il filo del dialogo. Il segretario di Stato Antony Blinken e il ministro degli Esteri Sergeij Lavrov si sentiranno per telefono, a dieci giorni di distanza dall’ultimo summit a Ginevra. Nella serata di ieri (notte fonda in Italia), Mosca ha replicato per iscritto alla lettera inviata dagli americani, mercoledì 27 gennaio. Finora il Cremlino non ha diffuso i contenuti del messaggio e la Casa Bianca ha preferito glissare.

imageIl segretario di Stato Usa Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov il 21 gennaio a Ginevra

Evidentemente il sentiero per la diplomazia è sempre più stretto. Gli Stati Uniti stanno cercando di aumentare la pressione sulla Russia. Ma al momento i tentativi non stanno funzionando. La Cina non ha accolto l’appello di Ned Price, il portavoce di Blinken, di «esercitare la propria influenza» per frenare Vladimir Putin. Anzi, all’Onu l’ambasciatore di Pechino ha assecondato il piano russo di bloccare la riunione richiesta dagli Usa. Su questo punto l’India si è astenuta. Una scelta che non è piaciuta a Washington.

Infine gli europei spingono per mantenere aperto il negoziato con il Cremlino. Agli sforzi di Germania, Francia e Italia ieri si è aggiunto il governo britannico guidato da Boris Johnson. In parallelo, americani ed europei lavorano al piano di emergenza sulle forniture di gas. L’Emiro Tamin Bin Hamad Al-Thani, ieri in visita alla Casa Bianca, ha detto a Joe Biden che il Qatar «può deviare forniture di gas» verso l’Europa in caso di aggressione della Russia all’Ucraina. Non ci sono, però, i particolari decisivi: quanto gas, entro quali tempi eccetera. È anche singolare che nel resoconto ufficiale dell’incontro tra Biden e l’Emiro non ci sia traccia di questo impegno.

2. Poroshenko al Corriere: «Putin è un pazzo che va fermato, ci servono le vostre armi»
editorialista
di FRANCESCO BATTISTINI, INVIATO A Kiev

(L’intervista a Poroshenko è sul Corriere in edicola e in versione integrale sul sito)

imageL’ex presidente ucraino Petro Poroshenko

Ma ci sarà quest’invasione?
«Il problema con la Russia è la guerra ibrida. È un tipo d guerra che ho conosciuto bene, anche prima di diventare presidente. È una guerra complessa, fatta d’invasione diretta, di cyber-attacchi, di fake news orchestrate, di quinte colonne dentro l’Ucraina ben finanziate, di un’attività internazionale di discredito del nostro Paese».

La sensazione però è che adesso ci sia anche una guerra di propaganda. Dalla Russia come dall’America. E che il pericolo sia agitato, più che reale…
«Questa guerra ibrida è tutta in mano a Putin. E non è propaganda, glielo assicuro. Il fatto che le truppe russe al confine siano aumentate in pochi mesi da 80 a 130mila uomini, è una certezza. La nostra sicurezza s’è abbassata, dopo l’Anschluss di Putin della Bielorussia: alla minaccia su 2mila km di confine russo, ora dobbiamo aggiungere anche i 1.100 km di confine bielorusso. Siamo circondati su tre lati. Le truppe russe, in questi mesi le abbiamo monitorate da vicino: hanno acquisito un modernissimo sistema antiaereo S-400, hanno carri armati sofisticati, forze aeree con missili balistici Iskander. Queste cose, prima non le si vedevano. Adesso sì. E se questo accade, allora c’è dietro qualche ragione. Dicono che 130mila soldati non sono abbastanza per attaccarci? Negli ultimi sei anni, la Russia ha costruito ferrovie e strade che vanno in profondità fino a 300 km: in poche ore, possono portare le truppe al confine. Questa situazione è pericolosa, credetemi. Tutti i servizi d’intelligence lo vedono. Gli alleati ci dicono che è il livello di pericolo più alto dalla Seconda guerra mondiale».

Petro Poroshenko dimostra più dei suoi 56 anni. Ha la faccia stanca. Guida l’opposizione, fa andare avanti un impero industriale da «re del cioccolato», magnate di giornali e tv, investimenti nell’auto, un patrimonio personale stimato in un miliardo e mezzo di dollari. Ma lo stress è per queste ore d’assedio. Da ex presidente ucraino, fra il 2014 e il 2019, ha affrontato i russi nel Donbass. Conosce bene il nemico. E non ha dubbi: «È un pazzo e va fermato» (continua…).

3. E Biden «promuove» il Qatar tra gli alleati
editorialista

imageJoe Biden stringe la mano all’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani ieri nell’Ufficio ovale

La Casa Bianca ha conferito al Qatar lo status di «major non-Nato ally», un segnale importante per sottolineare i rapporti con un Paese amico. Cosa comporta? Maggiore collaborazione in campo militare, accesso a programmi di difesa e tecnologia, cooperazione più stretta nel training.

Perché adesso? Biden è in pressing sull’emiro affinché aumenti la produzione di gas, un’esigenza legata al possibile blocco delle forniture a causa della crisi ucraina. Inoltre è un riconoscimento ulteriore verso uno stato che già ospita mezzi Usa in una sua base e che ha svolto ruolo fondamentale nello sgombero dall’Afghanistan. Senza tralasciare il ruolo di mediazione con i talebani durante l’amministrazione Trump. Che poi la chiusura sia stata disastrosa è un altro discorso.

Quali altri partner godono di questa condizione? Sono 17, tra questi Kuwait, Bahrein, Israele, Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Pakistan. Interessante che nella lista non ci siano Emirati e Arabia Saudita, grandi alleati di Washington e antagonisti del governo qatarino.

P.S.: L’Italia ha costruito nel tempo un grande asse economico e militare con Doha.

4. La guerra elettronica russa attorno alla base in Siria

image

(Guido Olimpio) Indiscreto. I russi conducono particolari operazioni di guerra elettronica attorno alla base aerea di Hmeymin, in Siria, attività che provocherebbero disturbi al traffico civile. Israele ha chiesto di sospenderle ma la risposta è stata un no, in quanto sono necessarie per garantire la sicurezza dell’installazione. La tattica di Mosca può essere letta in modi diversi:

  • Ci sono effettivamente motivi di difesa. Hmeymin è un perno importante nel Mediterraneo orientale.
  • Sono azioni di risposta alle continue incursioni israeliane contro target iraniani sul territorio siriano (l’ultimo episodio 24 ore fa).
  • Velivoli occidentali conducono da molto tempo voli di ricognizione elettronica davanti alle coste siriane.
5. Diario olimpico: la legione straniera degli hockeysti cinesi (con stella americana e allenatore italiano)
editorialista
di guido santevecchi, corrispondente da pechino

imageJake Chelios, yankee purosangue di Chicago, arruolato dalla nazionale olimpica cinese: gli hanno cambiato nome in Jieke Kailiaosi

Per l’anagrafe di Chicago, dove è nato 28 anni fa, si chiama Jake Chelios. Di professione fa il giocatore di hockey su ghiaccio, difensore. Il suo sogno è sempre stato di essere convocato in nazionale per rappresentare il Team a stelle e strisce alle Olimpiadi, come aveva fatto suo padre Chris Chelios, che con le suo quattro partecipazioni ai Giochi si è meritato la Hall of Fame della International Ice Hockey Federation.

Il roccioso difensore di Chicago ce l’ha fatta: è a Pechino 2022. Ha seguito le orme del padre. Con due piccole differenze: indossa la maglia rossa della nazionale cinese e gli hanno cambiato il nome: qui lo chiamano Jieke Kailiaosi (Jieke suona più o meno come Jake e Kailiaosi ai cinesi viene più facile che Chelios). Da tre anni ha lasciato Chicago per Pechino, parte della legione straniera di oriundi più o meno inventati e stranieri comunque naturalizzati che la federazione cinese ha dovuto reclutare per mettere su una squadra di hockey su ghiaccio In Cina sono stati censiti la bellezza di 537 giocatori dilettanti, poco pratici di lame e bastoni, a fronte dei circa 600 mila che hanno le superpotenze Usa e Canada.

Così, 15 dei 25 selezionati sono nati e cresciuti all’estero: americani e canadesi, soprattutto. Per allenarli e amalgamarli, dal 2019 sono stati concentrati in una squadra di club, il Beijing Kunlun Red Star, iscritto alla Kontinental Hockey League (KHL) a cui partecipano squadre di Russia, Bielorussia, Cina, Finlandia, Kazakistan e Lettonia. La Kontinental è stata costituita a Mosca per far felice Vladimir Putin, che tra una guerricciola e l’altra si diletta anche con mazza e pattini. I baldi ragazzi della Stella Rossa pechinese non hanno troppo brillato in Kontinental: anche questa stagione sono finiti ultimissimi, con 32 sconfitte su 48 partite, 198 gol subiti e 101 fatti.

Per Jake ribattezzato Jieke, le batoste in Kontinental non sono state un’angustia esistenziale: non è mai stato un fuoriclasse, in patria ha collezionato solo cinque presenze con i Detroit Red Wings in NHL. Il suo curriculum lo segnala poi per il resto della carriera nella AHL, la meno quotata American Hockey League. Il Kunlun Red Star è stato affidato all’allenatore italiano Ivano Zanatta, ex giocatore, olimpionico, coach con ottima esperienza all’estero. Zanatta, nato nel 1960 a Toronto in Canada, ora siede sulla panchina della nazionale rossa.

La squadra cinese è stata selezionata per le Olimpiadi come riguardo al Paese ospitante (succede di routine in ogni edizione). Ma i sorteggi le hanno assegnato un girone da «bagno di sangue»: con Usa, Canada e Germania. Per mesi c’è stato il dubbio di un ritiro tattico-politico, per evitare umiliazioni ai cinesi (immaginiamo che Xi Jinping non sarebbe felicissimo di vedere in tv un bel Usa-Cina 20-0; seguito da un Cina-Canada 0-20). Poi, americani e canadesi hanno rinunciato a mandare a Pechino i loro superprofessionisti della NHL (causa pandemia) e le paure si sono ridimensionate. La Cina sarà comunque maltrattata per bene, perché per vincere il girone conta anche la differenza reti e gli avversari non faranno sconti basati su un poco pratico fairplay olimpico.

Tutto questo, per Jieke Kailiosi non conta più di tanto. Lui è entusiasta di aver realizzato il sogno a cinque cerchi. «Guardando alla mia carriera sportiva, direi che questo è il punto più alto. Ci pensavo fin da bambino, quando vidi papà fare i bagagli per andare ai Giochi di Salt Lake City nel 2022. Vabbé, è ovvio che anche con questo nuovo nome non sono cinese, ma vivo a Pechino da tre anni e con i compagni mi sono trovato bene. Si parla inglese anche con il coach Zanatta. E comunque, pensandoci, mi sento onorato che in Cina abbiamo pensato a me per la loro nazionale. Controindicazioni? Confesso di non essermi abituato alle bacchette per mangiare, non ci ho voluto nemmeno provare e continuo a chiedere forchetta e coltello. Imbarazzo per dover incontrare gli Stati Uniti? Proprio no. Mi sono incontrato e scontrato sul ghiaccio per anni con giocatori americani come me, ora indossiamo maglie diverse in nazionali diverse, aspetto e mi alleno. E magari nelle tre partite una vittoria ci scappa».

6. Diario olimpico/ II: niente biglietti in vendita, ma gli spalti potrebbero essere pieni al 30-50%

imageUn uomo assiste alle gare di pattinaggio di velocità su uno schermo gigante del media center di Pechino

(Guido Santevecchi) Causa Covid-19 gli organizzatori cinesi delle Olimpiadi hanno prima cancellato la vendita di biglietti per i tifosi stranieri sparsi nel mondo (d’altra parte le procedure sanitarie per ottenere un visto d’ingresso, raffiche di tamponi e la quarantena di tre settimane, avrebbero reso inappetibile il viaggio). Giorni fa però, di fronte a diversi focolai interni, Pechino 2022 ha annunciato che neanche al pubblico cinese sarebbe stato concesso di assistere: cancellata anche la vendita interna di biglietti, con una perdita stimata di oltre 120 milioni di dollari.

Unici presenti sarebbero stati ospiti selezionati, funzionari governativi, di gruppi industriali statali, magari soldati in libera uscita comandata. Insomma, tifosi precettati per evitare lo sconforto degli arrivi deserti sui campi da sci e dei seggiolini tutti vuoti nei palazzetti degli sport del ghiaccio. Oggi il Cio dice che alla fine di una lunga meditazione, la speranza è di avere un 30, forse anche 50% di posti occupati da questi tifosi non tifosi.

Comunque, anche se fossero stati veri appassionati dello sci, del bob, dello snowboard, del pattinaggio, gli spettatori cinesi non potranno gridare il loro entusiasmo: nelle regole per tutti c’è l’uso continuo della mascherina e il divieto di spargere con urla di incitamento goccioline di saliva potenzialmente ad alta carica virale. A Tokyo, l’estate scorsa, i campi di gara e gli stadi risultarono spettralmente vuoti. Pechino cerca di fare meglio, precettando i funzionari. Dice Christophe Dubi, direttore operativo del Cio: «È una grande cosa». Il dirigente aggiunge che sarà possibile che qualche spettatore in tribuna sia anche straniero, scelto tra la vasta comunità dei residenti internazionali in Cina. Le autorità si sarebbero già messe in contatto con alcune ambasciate a Pechino.

7. Myanmar, così in un anno i militari hanno smantellato la democrazia
editorialista

imageTre dita in segno di protesta: giovani attivisti oggi a Mandalay, Myanmar

Un anno fa, oggi, i birmani scoprivano di essere tornati nell’incubo che li accompagna da sempre: la dittatura militare. Il generale Min Aung Hlaing, fotografato sorridente accanto a Aung San Suu Kyi in tante occasioni, aveva tolto la maschera e ordinato a Tatmadaw, l’esercito, di uscire dalle caserme e ripristinare «l’ordine e la legalità». Nel Myanmar, l’ex Birmania, le parole spesso sono metafore che portano a un altro universo. «Ordine e legalità» è un modo per descrivere il dominio assoluto dei militari (dal 1948, tranne qualche breve periodo, gli uomini con le stellette hanno sempre governato il Paese).

Dunque, il 1° febbraio 2021 Aung San Suu Kyi è arrestata insieme a tutti i suoi collaboratori. Il governo legittimo viene rovesciato e i soldati cominciano a sparare sui cittadini scesi in strada per chiedere di non soffocare la giovane democrazia birmana: dieci anni difficili durante i quali tuttavia il Paese è cambiato, cresciuto, si è modernizzato.

Di cosa avevano paura i generali? Molto semplice: con la vittoria netta alle elezioni del novembre precedente, il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia, avrebbe molto probabilmente avuto i numeri per cambiare la costituzione, abolendo — questo era il timore maggiore — i privilegi degli uomini in divisa, a partire dalla quota fissa di rappresentanti in Parlamento, per arrivare ai ministeri riservati soltanto ai generali, Interno e Difesa.

In dodici mesi i militari hanno demolito tutte le infrastrutture civili che si erano solidificate nel corso della breve stagione di libertà: scuole, sanità, burocrazia non funzionano più se non sotto il rigido controllo della legge marziale. Non avendo da tempo minacce esterne, l’esercito ha fatto quello che sa far meglio, reprimere il proprio popolo: migliaia di morti, arresti, violenze e torture. Ma «ordine e legalità» in Birmania sono soltanto parole. La realtà è che il Paese è nel caos, i servizi essenziali non funzionano, i birmani non si sono rassegnati all’inevitabile.

Il premio Nobel per la Pace, la Signora di Ferro, a quasi 77 anni (il prossimo giugno) si ritrova condannata al carcere sulla base di (ridicoli) pretesti, come l’aver importato illegalmente walkie-talkie e aver parlato senza mascherina ai suoi elettori infrangendo le leggi sulla pandemia. Inutile farsi illusioni: il silenzio di Suu Kyi è destinato a durare. E il mondo? In questi dodici mesi, la comunità internazionale, almeno quella parte che si dice democratica, ha protestato, minacciato sanzioni, chiesto il ripristino della legalità (quella vera). Con scarsi risultati: la Birmania ha rimesso i suoi panni tristi di un regime dominato da una minoranza che non si vergogna di plasmare la maggioranza a colpi di baionetta.

8. New York, sciopero della fame nel carcere di Rikers Island (mentre arriva il presidente per discutere dell’emergenza crimine)
editorialista

imageProteste in solidarietà con i detenuti fuori dal carcere più famoso di New York

Uno sciopero della fame nel carcere di Rikers Island — un penitenziario da sempre troppo affollato divenuto addirittura un girone infernale in tempi di coronavirus con duemila secondini che mancano permanentemente all’appello — potrebbe costringere il presidente degli Stati Uniti ad occuparsi anche di diritti umani dei detenuti nel suo imminente viaggio a New York che dovrebbe essere dedicato alle minacce alla sicurezza dei cittadini.

La ripresa della criminalità nelle metropoli americane — omicidi, rapine, violenze domestiche in forte aumento dall’inizio della pandemia — è, insieme all’inflazione che si mangia una parte dei redditi e alla battaglia estenuante e non ancora vinta contro il coronavirus, il principale motivo del malessere degli americani in una stagione che, pure, sarebbe di forte ripresa di un’economia di nuovo avviata verso la piena occupazione.

E allora dopodomani Joe Biden andrà a New York per discutere col nuovo sindaco Eric Adams, un ex poliziotto di colore, delle misure necessarie per ripristinare il clima di maggiore ordine e rispetto della legalità che fino al 2019 aveva consentito alla città di divenire, agli occhi di molti, un modello nella lotta contro la gun violence, la violenza armata. Un esempio per molti ma non per tutti perché la fortissima riduzione del numero di omicidi, aggressioni e rapine rispetto ai micidiali anni Ottanta e ai primi anni Novanta del secolo scorso era stata ottenuta anche con un enorme aumento delle incarcerazioni e metodi repressivi a volte violenti da parte della polizia, soprattutto nei confronti degli afroamericani.

I numeri del peggioramento dell’ordine pubblico sono evidenti ma anche relativi. Fermandoci agli omicidi: l’anno scorso sono stati 488, cioè pochi più dei 468 del 2020 ma con un incremento del 50 per cento rispetto ai 319 del 2019, l’ultimo anno «tranquillo». Ma se siamo lontani dal minimo dei 292 omicidi del 2017, siamo anche lontanissimi dagli anni Ottanta e Novanta quando gli assassinii si contavano in migliaia (punta massima nel 1990 con 2245). E tuttavia il ritorno alle sparatorie nelle strade, i cittadini uccisi senza motivo nelle stazioni del metrò da homeless psicopatici, l’aumento di saccheggi e rapine dopo i disordini razziali seguiti all’uccisione (a Minneapolis) di George Floyd da parte della polizia, hanno riportato a New York, come in altre metropoli Usa, un diffuso senso d’insicurezza.

Adams cerca di ricucire i rapporti tra cittadini e polizia, deve rassicurare anche gli agenti dopo che due di loro sono stati uccisi mentre intervenivano in un caso di violenze domestiche, ma ha anche bisogno dell’aiuto del governo di Washington per limitare l’afflusso illegale di armi da fuoco in una città che ha regole molto severe in questo campo. Biden promette di aiutarlo e, con la visita di giovedì in città, vuole rendere visibile questo impegno. Ora, però, viene spinto ad affrontare anche l’emergenza carceri.

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Non è solo una pressione degli avvocati dei detenuti che puntano ad una politica delle scarcerazioni per i reati minori più audace di quella adottata fin qui a New York. E anche lo sciopero della fame promosso nel carcere dell’«isola maledetta» con dei bigliettini scritti a mano e distribuiti coi vassoi della mensa potrebbe non essere così significativo: un precedente sciopero ha visto una partecipazione molto parziale e anche chi ha aderito rifiutando i pasti del penitenziario, si è comunque alimentato con snack di vario tipo. Biden rischia piuttosto di restare incastrato tra forti pressioni politiche di segno opposto: da un lato la stampa di destra enfatizza l’emergenza carceri per metterlo in difficoltà. Dall’altro il presidente è marcato stretto dalla sinistra radicale del suo partito, assai sensibile al problema dei diritti dei detenuti. Per Biden diventa sempre più difficile ignorare la questione, visto che già a settembre era stato sollecitato pubblicamente da 12 deputati democratici della regione di New York a intervenire su Rikers Island.

9. Corte suprema, la moglie ingombrante del giudice Thomas che diceva «Vi adoro» ai manifestanti del 6 gennaio
editorialista

imageClarence Thomas e sua moglie Ginni (accanto a lei Mitch McConnell, leader della minoranza repubblicana al Senato)

Chi ha più influenza sulla Corte suprema? Il giudice Clarence Thomas o sua moglie? Così titola il Guardian, dopo un’inchiesta del New Yorker sui conflitti di interesse di una delle coppie più potenti di Washington. I sondaggi vedono la fiducia nella Corte crollare tra gli americani, in parte — scrive la rivista — perché è sempre più politicizzata. La moglie di Clarence Thomas, Virginia detta Ginni, ne è un caso lampante.

Avvocata e influente lobbista conservatrice, per sua stessa definizione «lotta da 35 anni per i valori conservatori a Washington DC» e la sua azienda Liberty Consulting, creata nel 2010, è solo l’ultimo di una serie di gruppi di cui ha fatto parte negli anni, coinvolti in casi che sono apparsi di fronte al marito. Con lo spostamento della Corte a destra in seguito alle tre nomine di Donald Trump (ora i conservatori hanno una super-maggioranza di 6 a 3) è aumentata anche l’influenza di Clarence, 73 anni, che alcuni considerano il vero Giudice capo (in realtà è John Roberts).

Dopo il ritiro di Stephen Breyer, Clarence sarà il giudice più anziano oltre che quello che fa parte da più anni della Corte. Gli appelli a chiamarsi fuori dai casi che coinvolgono la moglie Ginni — figlia di attivisti repubblicani iper-conservatori del Nebraska, e che prima di conoscere Clarence nel 1986 e sposarlo nel 1987 fece brevemente parte di una setta in cui i membri si spogliavano e insultavano a vicenda per il grasso corporeo — sono in realtà una questione che va avanti da anni, almeno dal 2000 quando la Corte decise 5 a 4 l’elezione Bush vs Gore (Ginni lavorava per l’Heritage Foundation che faceva consulenza al team Bush).

L’ultimo episodio riguarda l’affirmative action nell’ammissione universitaria, su cui la Corte Suprema — attualmente a maggioranza conservatrice — ha accettato di pronunciarsi. Il caso parte dalla denuncia di Edward Blum, avvocato di un gruppo studentesco che sostiene che le politiche per l’inclusione di Harvard e dell’Università della North Carolina discriminano gli studenti di origini asiatiche: ha ottenuto l’endorsement della National Association of Scholars del cui comitato consultivo fa parte Ginni Thomas. Altri casi cruciali riguardano l’aborto e il diritto alle armi.

Molti americani sono diventati consapevoli dell’attivismo di Ginni Thomas in relazione all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. La moglie del giudice ha incoraggiato su Facebook i manifestanti del comizio del 6 gennaio («Vi adoro», «Dio benedica ciascuno di voi che si è alzato in piedi o prega») poco prima che si trasformasse in una insurrezione violenta; ha appoggiato Trump «sull’elezione rubata» parlandone con assistenti del marito (di questo si è scusata); si è unita a una sessantina di conservatori che hanno chiesto l’espulsione di due deputati anti-trumpiani dal partito repubblicano per aver appoggiato le indagini sul 6 gennaio; aveva istituito un premio, gli Impact Awards, per i «guerrieri culturali», tra cui Mark Meadows, che poi diventò capo dello staff di Trump.

La scorsa settimana suo marito ha partecipato al voto della Corte suprema in cui è stato respinto con 8 voti contro 1 il tentativo di Trump di impedire alla commissione che indaga sul 6 gennaio di acquisire i documenti della Casa Bianca. L’unico che ha dato ragione a Trump è stato il giudice Thomas. Dovrà essere però lui stesso a ricusarsi da eventuali conflitti di interesse come prevedono le procedure della Corte Suprema, cosa che in 28 anni Thomas ha fatto solo 32 volte (una delle quali perché il verdetto riguardava la scuola di suo figlio, ma mai per questioni legate alla moglie).

10. La corsa all’F35 Usa disperso nel Mar cinese meridionale

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(Guido Olimpio) La Guardia Costiera giapponese ha emesso un avviso su operazioni di recupero in corso nel Mar cinese meridionale. La nota si riferisce alla necessità di recuperare dell’F35 statunitense precipitato durante le recenti esercitazioni. Ci sono state molte speculazioni – e un po’ di enfasi – sul rischio che la Cina possa arrivare per prima al velivolo. Nella zona sono presenti numerose unità statunitensi, comprese le portaerei Lincoln e Vinson.

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(Guido Santevecchi) Kim Jong-un insiste a mostrarsi nella veste bellicosa: cappotto in pelle nera, ha ispezionato una fabbrica di munizioni che secondo l’ufficio propaganda «sta producendo un grande sistema d’arma». A giudicare dall’espressione il Rispettato Maresciallo deve avere qualche perplessità.

11. La triste guerra familiare attorno alla chiave della cella di Mandela
editorialista

imageNelson Mandela con Christo Brand, il secondino divenuto suo amico che sin dagli anni Ottanta conservava la chiave della cella del leader della lotta all’apartheid

Chi voleva vendere la chiave della cella di Nelson Mandela? L’asta doveva tenersi il 28 gennaio a New York. Un mese fa era arrivato lo stop del ministro della Cultura sudafricano, che aveva annunciato: «La chiave simbolo della lotta all’apartheid tornerà in patria». Insieme con altri cimeli «minori»: una cyclette usata nell’ultimo periodo di prigionia, una delle sue famose camicie colorate, una vecchia racchetta da tennis, un quadro del faro di Robben Island, un regalo ricevuto da Barack e Michelle Obama.

Ma il dubbio era rimasto: chi era il venditore? Ora uno degli 11 nipoti di Madiba, Ndaba Mandela, 39 anni, accusa la zia Makaziwe (l’unica figlia ancora in vita del premio Nobel per la Pace). Il fratellastro di Mandla Mandela (il capo tribù di Mvezo, villaggio natale di Mandela, da sempre in contrasto con la cerchia ristretta dei familiari) ha raccontato a Newzroom Africa Tv che la zia ha sottratto la chiave da casa sua. Le miserrime diatribe economiche nella famiglia Mandela sono all’ordine del giorno.

Tutto va preso con le molle. Ma zia Makaziwe non ha voluto rispondere alle accuse del nipote. Si sa che la chiave della cella di Robben Island era nelle mani di Christo Brand, il secondino diventato amico del detenuto più famoso dell’isola, fin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Ma Brand ha detto al Times di Londra di aver donato la chiave per un’asta benefica, in vista della creazione di un giardino dedicato a Madiba nella cittadina dove è sepolto, Qunu (non lontano da Mvezo, nell’Eastern Cape). Il nipote Ndaba però dice di non sapere nulla del progetto giardino. Forse nessuno dei contendenti sta dicendo tutta la verità.

12. «L’Olocausto? Una questione tra bianchi». Poi Whoopi si scusa

imageWhoopi Goldberg, 66 anni

(Michele Farina) L’Olocausto? «Una questione tra bianchi». Per questa affermazione Whoopi Goldberg si è attirata giustamente molte critiche. L’attrice 66enne si è poi scusata per quanto detto durante il talk show «The View» sulla rete Abc. Il genocidio di sei milioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, una persecuzione che lo stesso Hitler inquadrava in aberranti termini razziali, «non fu in realtà una questione di razza», ha detto Goldberg, perché l’Olocausto «ha coinvolto due gruppi di bianchi». Alla base dei massacri invece «c’è la disumanità dell’uomo per un altro uomo». La conduttrice Ana Navarro ha replicato: «Ma c’è anche il suprematismo bianco che ha preso di mira gli Ebrei, i Rom…». E Whoopi: «Ma parliamo comunque di gruppi di bianchi».

Il Museo americano dell’Olocausto ha commentato ricordando quello che dovrebbe essere l’abc della storia: «Il razzismo fu un elemento centrale dell’ideologia nazista. Gli ebrei non erano definiti in termini di religione, ma di razza: il razzismo nazista alimentò il genocidio degli ebrei». Gli ha fatto eco Johathan Greenblatt, della Anti-Defamation League, su Twitter: «No Whoopi Goldberg. L’Olocausto ha riguardato il sistematico annientamento del popolo ebraico, bollato come razza inferiore».

Goldberg ha chiesto scusa via Twitter. «Ho detto che l’Olocausto non è stato espressione di razzismo, ma di disumanità. Avrei dovuto dire che è stato entrambe le cose. Chiedo scusa per la ferita che ho provocato». La discussione in tv era partita dalla decisione di una scuola media del Tennessee di togliere dalla lista dei libri per ragazzi il graphic novel «Maus», capolavoro di Art Spiegelman del 1980, frutto di una rielaborazione di testimonianze (compresa quella del padre dell’autore, sopravvissuto ai lager). In particolare una scena di nudo e la descrizione di un suicidio secondo i responsabili della scuola non sarebbero «adatti a un pubblico di tredicenni».

Dall’autunno scorso a oggi almeno 330 libri di vario argomento (da «Amatissima» di Toni Morrison a «Maus») sono stati eliminati (o rischiano di esserlo) dalle letture degli studenti, in quella che viene chiamata la «school culture war». Con riflessi e rimbalzi di segno opposto. «Maus», segnala il Times, dopo la querelle in Tennessee è balzato in cima alle classifiche: ieri era il terzo libro più venduto tra i bestseller di Amazon negli Stati Uniti.

13. Ora che l’ha comprato il «New York Times», Wordle non sarà più lo stesso?
editorialista

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Il New York Times ha comprato Wordle, e chissà se giocarci sarà più la stessa cosa. Wordle è un giochino di parole spuntato online il 1 novembre 2021: il creatore, Josh Wardle (e così avete anche capito la genesi del nome), lasciava ogni giorno alla sua fidanzata appassionata di enigmistica un piccolo gioco di parole informatico per divertirla, e presto quel giochetto sempre arguto iniziò a diventare una mania per tutti i loro cari.

Così Wardle lo ha messo online, e in pochissimo tempo hanno preso a giocarci «diversi milioni di persone» da tutto il mondo, comunica il New York Times. Che ora lo riserverà ai suoi abbonati, per farli crescere fino a 10 milioni. Il gioco non è difficile ma non è ovvio: bisogna indovinare in sei tentativi una parola di cinque lettere. Il programma «risponde» a ogni tentativo colorando le lettere di nero (sbagliate), giallo (giuste, ma in posizione sbagliata) o verdi (giuste e in posizione giusta).

Gli ingredienti base del suo successo, nell’era dei contenuti illimitati, sono senz’altro la gratuità di Wordle, ma anche — forse soprattutto — il fatto che ogni giorno si possa fare una partita sola, e che la soluzione sia uguale in tutto il mondo. Wardle e i suoi epigoni hanno caricato online, finora, soltanto un gioco di Wordle al giorno, gratuito e aperto a chiunque. Nessuno si è stufato di aspettare il giorno dopo per un nuovo quesito; anzi gli utenti crescono ogni giorno in modo esponenziale proprio grazie all’attesa che creano — sui social — gli amici che già usano il gioco.

E forse una mano la dà l’accessibilità: in un’epoca in cui pure per ordinare una pizza devi fare login macchinosissimi su siti che chiedono perfino l’ascendente zodiacale, Wordle è aperto a tutti e si può giocare senza registrarsi. Per il Times e in generale per i media c’è forse in Wordle, poi, una lezione preziosa: nell’era dell’informazione «all-you-can-eat», illimitata, quasi gratuita e continuamente aggiornata, a sfondare è un giochino dall’offerta limitata, accessibile, intelligente e breve.

P. S. Se volete fare un tentativo prima che Wordle diventi un’esclusiva per gli abbonati del New York Times, lo trovate qui. Sapere benissimo l’inglese, a differenza che per compilare uno schema di parole crociate, non è necessario: aiuta avere un buon lessico di parole di cinque lettere, ma Wardle finora si è tenuto magnanimo e ha scelto quasi sempre termini di uso molto corrente («light»; «could»; «stars»). Se proprio non vi fidate del vostro inglese, sono spuntate in tutto il mondo versioni tradotte di Wordle: due italiani hanno sviluppato «Par*le», che trovate qui.

Grazie, buona giornata e buona partita!

A domani,

Marilisa Palumbo

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