I giochi del fondista Xi e la vita quotidiana del leader del Califfato

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Venerd 4 febbraio 2022

I giochi del fondista Xi e la vita quotidiana del leader del Califfato
editorialista di marilisa palumbo

Mentre scriviamo sta cominciando la cerimonia di inaugurazione dei Giochi invernali di Pechino 2022 (la regia, come vi abbiamo raccontato, è affidata a Zhang Yimou). Tantissime cose sono cambiate rispetto alle celebrazioni delle Olimpiadi 2008, quando la Cina esplodeva di ottimismo e il mondo era fiducioso nella possibilità, come scrive il «Wall Street Journal», di «spingerla gentilmente verso l’ordine mondiale liberale, se non come un Paese democratico almeno come un Paese più capitalista».

Oggi i leader occidentali sono lontani (boicottaggio diplomatico sulla scia degli americani o pandemia, fa poca differenza in fondo), la lista dei presenti ha un certo retrogusto autoritario e non è un caso che prima del grande show Xi Jinping abbia incontrato di persona — non accadeva dal 2019 — l’amico Putin. In queste settimane Pechino si è sottratta agli appelli americani di «mediare» sulla crisi ucraina portando Mosca a più miti consigli. Lo zar del Cremlino è arrivato con un contratto per la fornitura di 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno al suo alleato. Putin e Xi hanno poi firmato una dichiarazione congiunta che respinge l’allargamento della Nato e condanna le «interferenze occidentali negli affari interni» degli altri Paesi con la «scusa» della democrazia.

Torniamo poi sul raid che ha ucciso il leader dell’Isis al Quraishi con nuovi dettagli su come è stato trovato e ucciso ma anche su come viveva (fingeva di essere un tassista). E a proposito di guerre, non conoscevamo la storia bellissima dell’«esercito fantasma», un gruppo di ingegneri e artisti che durante la seconda guerra mondiale salvò molte vite senza sparare un colpo. Finalmente hanno ricevuto la medaglia che si meritavano.

Buona lettura.

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1. Diario olimpico: la strategia di Xi (e la danza con Putin)
editorialista
di guido santevecchi, corrispondente da pechino

imageUn momento del pre-show della cerimonia di inaugurazione

Nel gelo invernale, ma anche umano, che avvolge la città, dietro le barriere che sigillano il Nido d’uccello dove si sta accendendo la fiamma dei Giochi, il banco di un venditore ambulante sembra un’oasi di umanità. Però il piccolo commerciante pechinese è solo, non c’è nessuno a comperare le sue copie del panda di peluche Bing Dwen Dwen, mascotte dell’Olimpiade Pechino 2022. La realtà è che la Cina ormai è disposta anche a rinunciare a qualche affare piccolo o macroeconomico per seguire il futuro che immagina Xi Jinping.

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Xi è un grande fondista della politica, con una visione di lunghissimo periodo che parla di «un futuro condiviso» (piuttosto preoccupante per noi… a giudicare dal fatto che accanto allo slogan ecumenico, i muri e le grate del Villaggio olimpico sono tappezzati da questi avvisi che impongono la segregazione ermetica dalla città reale che ospita le Olimpiadi Pechino 2022 ). Dopo questi Giochi, Xi rientrerà in ritiro politico-spirituale per preparare i giochi del Congresso comunista, che in autunno dovrà dargli un altro quinquennio di potere.

Al suo fianco nel Nido d’uccello Vladimir Putin, un altro fondista che ha in pugno la Russia da più di vent’anni (lo zar scia, gioca a hockey su ghiaccio, fa judo e karate per alimentare la sua immagine di uomo forte). Il suo passatempo preferito è tenere in scacco l’Occidente con le sue imprese militari neo-zariste. I due si dicono amici del cuore, ma a ben vedere, Xi non ha nessuna voglia di sporcarsi le mani salendo sul ring ucraino (sa bene che perderebbe almeno metà dei rapporti vantaggiosi con l’Europa).

Giochi olimpici a parte, che ha studiato per far girare la macchina delle infrastrutture statali e costruire una nuova industria dello sport invernale per 300 milioni di consumatori cinesi, al di là del suo tifo calcistico, la sua pratica del nuoto, Xi Jinping è un appassionato di weiqi. Uno studioso di questo passatempo strategico dei cinesi è Henry Kissinger, convinto di averci scovato informazioni utili per trattare con Mao Zedong.

Non dev’essere soddisfatto il vecchio Dottor Kissinger, visto che esattamente 50 anni fa, nel febbraio 1972, era a Pechino con il presidente Nixon per il grande disgelo sino-americano che isolava l’Urss. Oggi nel Nido d’uccello, il gioco della diplomazia triangolare favorisce Xi e Putin. Tornando al Weiqi, Kissinger dice che mentre la tradizione occidentale esalta gli scontri decisivi, la Cina privilegia le tortuosità, il paziente e graduale consolidamento delle posizioni di relativo vantaggio.

Un concetto riassunto appunto nel weiqi, gioco da tavolo strategico con 180 pezzi per parte. Nel weiqi si perseguonodiversi obiettivi contemporaneamente e vince chi alla fine controlla una zona di territorio più grande di quella dell’avversario. Ma non serve lo scacco matto come negli scacchi, basta un vantaggio minimo, che un occhio non esperto, non cinese, non saprebbe cogliere. Ecco anche la differenza tra i due fondisti di Mosca e Cina. Putin è più muscolare, punta diritto al traguardo; Xi è un attendista, capace di fare qualche curva in più per aggirare gli ostacoli, avvolgendo la sua strategia finale in frasi ispirate, promesse (economiche) allettanti.

2. Missione Ucraina: lunedì Macron vola da zar Vladimir
editorialista
di stefano montefiori, corrispondente da parigi

imageIl presidente francese Emmanuel Macron, 44 anni

Dopo una serie di telefonate di Emmanuel Macron, giovedì, con il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, l’olandese Mark Rutte, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente americano Joe Biden, l’Eliseo ha annunciato oggi che il più volte evocato viaggio di Macron in Russia e Ucraina avrà luogo all’inizio della prossima settimana. Lunedì il capo dello Stato francese vedrà a Mosca il presidente Vladimir Putin, e martedì andrà a Kievper incontrare per la prima volta il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Nel corso di un incontro con la stampa al Quai d’Orsay, il segretario di Stato agli Affari europei Clement Beaune ha sottolineato l’importanza di vedere Zelensky, per non dare l’impressione che il destino dell’Ucraina venga deciso alle sue spalle. Ma è un fatto che la minaccia viene dalla Russia, ed è con Putin che va intrapreso il percorso di de-escalation, mentre Gran Bretagna e Stati Uniti continuano a mettere in guardia sull’imminenza di un attacco russo.

Al ritorno da Mosca e Kiev il presidente Macron potrebbe passare da Berlino e incontrare il cancelliere Scholz e il presidente polacco Andrzej Duda. Una riunione è comunque prevista il 10 febbraio a Berlino tra i rappresentanti francesi, tedeschi, russi e ucraini: si tratta del «formato Normandia» (da un incontro avvenuto tra i quattro Paesi il 6 giugno 2014 al castello di Bénouville) che secondo l’Eliseo va privilegiato per fermare i rischi di una guerra in Europa e trovare una soluzione durevole alla questione del Donbass, la regione ucraina in mano alle forze filo-russe.

3. Così è stato ucciso al Quraishi, il «tassista distruttore»
editorialista

imageLa taglia su al Quraishi

Un’operazione studiata per quasi due mesie conclusa con un assalto durato un paio di ore. Questa è la prima ricostruzione sull’eliminazione del leader dello Stato Islamico Abu Ibrahim Hashemi al Quraishi. Ne avremo ancora. Il racconto delle fonti ricalca quello di altri «inseguimenti» di terroristi. Tutto inizia — e non potrebbe essere diversamente — da una dritta arrivata all’intelligence circa tre mesi fa. Parla di una famiglia che vive in una casa di tre piani a Atmeh, regione siriana di Idlib, vicino al confine con la Turchia.

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Il nucleo è composto da un uomo sulla quarantina e dai suoi congiunti, donne e bambini. Lui dice di essere scappato da Aleppo a causa della guerra, ha affittato il piano superiore mentre sotto vivono altri. È discreto, riceve ogni tanto la visita di qualche amico. Si tratta di corrieri usati per comunicare con i suoi sottoposti. Gli americani partono con una sorveglianza più attiva. Un esperto su Twitter nota come ai primi di novembre un aereo per la guerra elettronica RC 135, dotato di apparati sofisticati, compia voli quotidiani nel settore: il velivolo parte dal Qatar, raggiunge il nord ovest della Siria e «pettina» lo spazio, quindi rientra. Una manovra ripetuta per settimane. Ieri, guarda caso, è tornato negli Stati Uniti. C’entra con quanto è avvenuto dopo? Insieme agli occhi dal cielo Washington mobilita le fonti sul terreno sfruttando la conoscenza e le alleanze in questo quadrante.

Anche questa volta i militari portano un piccolo plastico della palazzina per illustrare il possibile target, esattamente come avvenne per bin Laden. L’intenzione iniziale era quella di catturare il nuovo Califfo vivo ma era chiaro che avrebbe opposto resistenza e dunque l’epilogo poteva essere drammatico. Dopo settimane di analisi Biden ha rotto gli indugi dando la luce verde. Una decisione in mezzo ad una tempesta diplomatica a causa della crisi ucraina e dello scontro con i russi. Alle 17 di mercoledì il presidente si chiude nella Situation Room insieme ai collaboratori più stretti, compresa la vice Kamala Harris, e segue in diretta video il raid affidato alla Delta Force. Nel frattempo il Pentagono ha comunicato a Mosca che vi sarebbe stata un’operazione di un certo livello, avviso per evitare incidenti… (qui l’articolo completo).

4. La vita quotidiana del leader dello Stato islamico

(Guido Olimpio) Come viveva il leader dello Stato Islamico nel villaggio di Atmeh? La risposta la troviamo nelle ricostruzioni dei media locali, segnalateci da Farid Adly. La stampa vicina all’opposizione siriana riporta le dichiarazioni del proprietario della casa dove abitava il militante. L’uomo, Mohammed Shekh, è naturalmente infuriato per la distruzione dell’edificio, devastato durante l’assalto americano.

L’inquilino pagava un affitto di 100 dollari al mese, con lui la famiglia mentre sopra c’era una donna e i suoi figli, lui diceva che fosse la sorella (fonti irachene, invece, ipotizzano che fosse la seconda moglie). Al Quraishi si è presentato come autista di taxi, indossava quasi sempre jeans e maglietta, sul capo una kefyah, non parlava mai di politica o religione.

Un vicino di nome Mahmoud sostiene di averlo incontrato diverse volte e aggiunge che usava l’auto ogni giorno per andare al lavoro, anche per lui era un tassista. Parlava un dialetto siriano della zona orientale e non c’erano tracce d’accento iracheno. Un particolare: era sempre rasato, un segno distintivo in una regione dove la barba è diffusa come segno di devozione. Le testimonianze riferiscono di una persona riservata, insospettabile e raramente in compagnia di visitatori. Secondo l’intelligence statunitense il terrorista manteneva i contatti con la fazione attraverso dei corrieri.

5. E per l’occasione rispunta (un sempre più debole) Zawahiri

imageUn frame del video diffuso ieri dal leader di al Qaeda

(Guido Olimpio) Giovedì mattina, prima dell’annuncio ufficiale Usa, avevano speculato che il target del raid in Siria fosse stato Ayman al Zawahiri, il leader di al Qaeda. Ipotesi un po’ tirata, accolta con scetticismo e sorpresa. Qualche ora dopo la fazione ha diffuso un video del capo estremista. Il medico egiziano ha colto l’occasione per criticare i rivali dello Stato Islamico, colpevoli di spargere sangue musulmano.

Le apparizioni digitali, di solito noiose e poco seguite, sono l’unico segnale di vita (debole) di uomo che è stato molto importante nella crescita del movimento jihadista —anni ’80 e ’90 — ma che è poi diventato quasi irrilevante o comunque con un peso politico modesto. Il suo movimento ha dovuto cedere terreno e simpatie al Califfato. Le intelligence ritengono che al Zawahiri si nasconda nella zona tribale lungo il confine afghano-pachistano ma a giudicare dalle scelte di tanti suoi «colleghi» non sarebbe strano se fosse in una casa sicura in una città.

6. In Texas il santuario delle farfalle chiude per le minacce dei cospirazionisti trumpiani
editorialista

imageL’oasi è sul Rio Grande, al confine tra Stati Uniti e Messico

In Texas il santuario delle farfalle «nemiche» di Donald Trump è costretto a chiudere al pubblico per le minacce ricevute da sostenitori dell’ex presidente. Il National Butterfly Center è un’oasi di 50 ettari sul Rio Grande, al confine tra Stati Uniti e Messico. È visitato da 35 mila persone all’anno e da seimila bambini che ci vanno in gita con la scuola. Il centro ospita 200 specie di farfalle, ma anche altre specie di animali, dagli armadilli alle tartarughe.

Nel 2017 il Centro si schierò apertamente contro la costruzione del Muro anti-migranti voluto dall’allora presidente. La barriera avrebbe di fatto distrutto la piccola riserva. Son passati anni mai sostenitori di Trump non hanno dimenticato i sostenitori delle farfalle. Durante una manifestazione lungo il confine denominata We Stand America, la settimana scorsa la direttrice del Centro Marianna Trevino Wright è stata attaccata e il figlio quasi investito da un automezzo dei manifestanti.

Poi sono arrivate le avvisaglie di nuovi guai da parte di un rappresentante locale del partito repubblicano, che ha informato i responsabili del centro di un convoglio motorizzato chiamato Trump Train che sarebbe arrivato ai cancelli dell’oasi delle farfalle il prossimo week-end. Un candidato politico della Virginia vicino al gruppo di estrema destra QAnondurante l’incontro-scontro con la direttrice Trevino Wright ha lanciato accuse (registrate) secondo le quali il Centro delle Farfallecoprirebbe un giro di violenze sui minori, una strategia «cospirativa» adottata dagli estremisti in altre occasioni (quando alle raffiche di accuse infondate sono seguiti attacchi armati). Un complesso di cose che ha indotto Jeffrey Glassborg, presidente della North American Butterfly Association, a decidere la chiusura del centro fino a nuovo ordine. Chi vince e chi perde in quest’assurda battaglia delle farfalle e degli armadilli?

7. Perché la causa di Sarah Palin è un pericolo per tutta la stampa
editorialista

imageSarah Palin ieri al suo arrivo nel tribunale federale di New York

Sarah Palin che trascina in tribunale il New York Times (ve ne avevamo parlato qui) con un’accusa di diffamazione di scarsa consistenza (il giornale, che nel 2017 pubblicò una notizia infondata su di lei, si accorse poche ore dopo dell’errore, rimosse l’articolo dal suo sito e si scusò) sembra il caso di un personaggio politico chiassoso ma mai preso troppo sul serio, ora sulla via del tramonto, che cerca un po’ di pubblicità.

In realtà il processo che sta iniziando a Manhattan, ostinatamente voluto dall’ex governatrice dell’Alaska che fu candidata repubblicana alla Casa Bianca nel 2008 come vice di John McCain,potrebbe alterare il grado di libertà (e di immunità in caso di errori) del quale gode la stampa americanache, in base alle norme poste a tutela della libertà d’espressione, non viene quasi mai chiamata a rispondere in sede giudiziaria di quanto pubblicato, a meno che non ci sia prova di malafede (qui l’articolo completo).

8. Una giudice nera alla Corte Suprema e le divisioni nel movimento afroamericano
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

imageLa giudice Michelle Childs, 55 anni

Jim Clyburn, 81 anni, è il capogruppo dei democratici alla Camera, ma è soprattutto il leader afroamericano della South Carolina che ha dato la spinta forse decisiva alla nomination di Joe Biden. In questi giorni Clyburn sta facendo pubblicamente pressione sul presidente affinché scelga Michelle Childs, 55 anni, come sostituta del giudice Stephen Breyer che ha annunciato il ritiro dalla Corte Suprema.

Nel febbraio del 2020, proprio alla vigilia delle primarie in South Carolina, Biden promise che, all’occasione, avrebbe nominato la prima donna afroamericana tra i nove togati. Subito dopo quell’annuncio, Clyburn convogliò i suoi voti sull’ex vice di Barack Obama. Adesso il parlamentare presenta il conto, come se fosse la cosa più naturale, esaltando i meriti di Childs che, sostanzialmente, sarebbero quelli di aver frequentato scuole superiori e università pubbliche. E pazienza se la sinistra del partito la ritiene, invece, troppo schierata con le grandi imprese e ostile con i sindacati.

imageIl capogruppo dei democratici alla Camera Jim Clyburn

Secondo i giornali Childs avrebbe almeno altre due rivali forse più qualificate: Ketanji Brown Jackson, 51 anni, di Washington e Leondra Kruger, 45 anni di Los Angeles. Questa vicenda ci offre un interessante visuale su ciò che sta accadendo nella sfera dell’organizzazione e del potere afroamericano. Il 2020 è stato un anno esaltante, con le massicce proteste di «Black Lives Matter» e con la stessa elezione di Biden, appoggiato da Obama e, appunto, da Clyburn. Ma il 2021 e questo primo mese del 2022 stanno rivelando un’inaspettata eclissi del movimento.

L’ultimo segnale: il 17 gennaio 2022 a Washington c’è stata una manifestazione per la difesa dei diritti di voto, promossa da Martin Luther King III, il figlio del grande leader assassinato nel 1968. Ebbene, come abbiamo già raccontato, in quel giorno si presentarono solo duemila persone. Sicuramente ci sono mille ragioni, ma probabilmente va inserito anche l’effetto Clyburn. Un lobbista parrocchiale più che un dirigente interessato a trasformare la nomina alla Corte Suprema in un’occasione per rilanciare l’azione politica degli afroamericani.

9. Una medaglia al finto esercito che ingannò Hitler

imageUno dei finti carri armati (National Archive/Nyt)

(Guido Olimpio) L’armata fantasma, così l’avevano soprannominata. Un’unità americana che realizzava finti carri armati, camion, jeep per ingannare l’esercito di Hitler. Maghi dell’ingegno e dei trucchi, con uso di mezzi gonfiabili, legno e tattiche. Dopo tanti anni il presidente Joe Biden, accogliendo richieste e mobilitazione, ha deciso di concedere una medaglia al valore. Non una concessione ma un riconoscimento verso dei soldati che, senza sparare un colpo, hanno salvato la vita a migliaia di altri commilitoni.

Di quel reparto — composto per metà da artisti — restano in vita solo dieci veterani. Con le loro invenzioni hanno spinto i nazisti a colpire falsi bersagli, hanno diffuso informazioni per confondere la ricognizione nemica e le spie. In un episodio— ricordato dalNew York Times— hanno utilizzato dei suoni registrati per indurre i tedeschi a credere in una concentrazione di truppe statunitensi in una determinata zona sul Reno. La tecnica si è sviluppata in questi anni grazie alla tecnologia ed è stata usata da molte forze armate in conflitti recenti. Tra i più abili i serbi, capaci di mimetizzare il loro arsenale preso di mira dai raid.

10. Addio a Tessa, il «talismano» di Lady Thatcher
editorialista

imageTessa Gaisman con Margaret Thatcher nel 1983

Margaret Thatcher è passata alla storia come «lady di ferro», un appellativo coniato dal giornale del ministro della Difesa sovietico Stella Rossa (Zheleznaya Dama) che venne comprensibilmente preso come un complimento dalla stampa occidentale (e non dispiacque alla diretta interessata). Ma alla luce della sua stima assoluta per i militari — le cronache della guerra delle Falklands la descrivono perfettamente a suo agio tra i generali, molto più che tra i colleghi politici — un soprannome militaresco sarebbe stato più aderente alla realtà: più di tutte le doti, Thatcher apprezzava senso del dovere, lealtà, stoicismo.

Difficile trovare qualcuno, tra i suoi ministri e nel suo staff, più dedito al senso del dovere, più leale, più stoico di Tessa Gaisman, sua segretaria storica, che lavorò per lei quand’era ancora parlamentare e poi per tutta la durata del suo governo a parte gli ultimissimi mesi (c’era chi diceva che Gaisman fosse, per Thatcher, anche un talismano). Gaisman è scomparsa a soli 67 anni qualche giorno fa, per un tumore, dopo sette anni di malattia vissuta con lo stoicismo e la abnegazione di sempre: pochissimi giornali inglesi ne hanno registrato la scomparsa e a lei non sarebbe dispiaciuto.

Le foto d’epoca mostrano una ragazza bella e serissima a qualche passo di distanza dalla signora Thatcher, oppure china sulla macchina per scrivere, anche portatile, sulla quale lei scriveva in auto, in taxi, in pullman, in piedi, ovunque, perché i documenti più delicati venivano sempre affidati a lei. Nella biografia «definitiva» della signora Thatcher, quella dell’amico e ex direttore del Daily TelegraphCharles Moore, thatcheriano di ferro, Gaisman quasi non appare, monumento alla sua affidabilità: vide tutto, dal 1977 al 1989, e non ne fece mai parola.

C’era ovunque, anche quando una bomba dell’Ira devastò il Grand Hotel di Brighton che ospitava il primo ministro, bomba che uccise cinque persone ma non Thatcher, e solo qui Gaisman riferì ai posteri le prime, fulminanti parole della signora subito dopo l’esplosione della bomba: «Era per me». Gaisman fece un’altra eccezione alla sua regola del silenzio: confidò a Moore che quando Thatcher fu rieletta le «ragazze del giardino», le segretarie di Downing Street, civil servant apolitiche che lavorano per chiunque venga eletto premier, festeggiarono felici la notizia, una deviazione dalla prassi del loro essere apartitiche e apolitiche. Perché? Perché Thatcher, prima donna a capo del governo britannico, era sempre molto gentile e educata con loro, spiegò Gaisman. Lasciando intendere che non fosse sempre così, prima e/o dopo di lei.

Grazie per essere stati con noi anche questa settimana. Buon weekend, torniamo come sempre lunedì.

Marilisa Palumbo

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