Al banchetto olimpico di Xi Jinping

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Venerd 28 gennaio 2022

Al banchetto olimpico di Xi Jinping
editorialista di michele farina

Le ultime mosse dei mediatori per fermare una guerra in Ucraina (tra loro non c’è Yulya Timoshenko, in vacanza a Dubai). Il tesoro di Vladimir Putin (in partenza per Pechino). Il banchetto organizzato dal presidente Xi Jinping per inaugurare i Giochi Olimpici (indovinate almeno cinque leader che siederanno a tavola). E poi il taccuino con le forze Usa dirette in Est Europa, la propaganda del Cremlino, gli strali di Pechino contro la Slovenia, uno studente diciannovenne con la passione degli aerei altrui che «ricatta» simpaticamente Elon Musk, l‘incerto destino di diciannovemila cavalli selvaggi nel Far West, la storia di un fratello e di una sorella naufraghi nell’oceano.

Buona lettura.

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1. Crisi ucraina, ultime mosse diplomatiche
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

Ucraina: è l’ora, forse l’ultima, dei mediatori. Oggi il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato al telefono con Vladimir Putin. Il leader russo, poi, sarà a Pechino il 4 febbraio, per l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. In quell’occasione ci sarà un vertice con le autorità cinesi, probabilmente con lo stesso presidente Xi Jinping. Al ritorno Putin incontrerà il turco Recep Tayyip Erdogan, che nel frattempo, il 3 febbraio avrà visto a Kiev il presidente ucraino Volodymyr Zelenski. Putin, quindi, si rimette in movimento, ma nel segno dell’ambiguità.

imageIl presidente francese Macron con Vladimir Putin

  • Da una parte sembra dare corda alla diplomazia; dall’altra ordina un’ulteriore mobilitazione dei militari al confine con l’Ucraina e altrove: nel Mar Baltico e nel Mar Nero, per esempio. A Washington si seguono le mosse del Cremlino e, nello stesso tempo, si cerca di compattare il fronte con gli alleati. Ci sono, però, alcuni segnali di affanno.
  • Il primo è l’appello rivolto dal Dipartimento di Stato alla Cina, cioè al Paese che Biden indica da un anno come l’avversario più temibile degli Stati Uniti. Ma ora il ministro degli Esteri Antony Blinken esorta il governo cinese a «esercitare la propria influenza» su Mosca. Il secondo è il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che si dovrebbe riunire, su richiesta americana, lunedì 31 gennaio, a New York. Difficile immaginare quale possa essere il vantaggio per gli Usa. Anzi la riunione potrebbe rafforzare la posizione di Putin, visto che la Cina, membro permanente del Consiglio, non solo non ha accolto la sollecitazione di Blinken, ma si è schierata apertamente con Putin, sostenendo che sia la Nato a creare tensioni in Europa. La trama è sempre più complicata.

2. Yulya Timoshenko scappa a Dubai
editorialista
di francesco battistini, inviato a kiev

C’è qualcosa di peggio del caos politico italiano? Quello ucraino. Che nemmeno di fronte all’eventualità di un’invasione russa e di una Kiev «saccheggiata» (parole del presidente americano Joe Biden), neppure ora che servirebbe unità, rinuncia ai veti incrociati, alle vendette giudiziarie, alle accuse feroci. Prendete il caso di Petro Poroshenko, 56 anni: il magnate del cioccolato è stato il primo presidente (2014-2019) dopo la rivolta di Maidan, ha gestito i primi anni di guerra nel Donbass. Un oligarca da un miliardo e mezzo di dollari di patrimonio personale.

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  • Da dicembre se ne se ne stava in volontario esilio a Varsavia, accusato dai magistrati ucraini nientemeno che d’alto tradimento e di sostegno al terrorismo: secondo la procura di Kiev, avrebbe finanziato le aree ribelli e filorusse del Donbass attraverso forniture illegali di carbone. Con eroico sprezzo del pericolo di manette, la settimana scorsa Poroshenko è rientrato in patria «per difendersi non dal processo, ma nel processo» (vi ricorda qualcuno?). E’ stato accolto dai suoi con cori da stadio, applausi, fiori. Il pm l’ha subito convocato e fatto quasi arrestare, chiedendo una cauzione – o un riscatto – di 36 milioni di dollari. Clemente, il giudice gli ha evitato l’esborso e gli ha solo ritirato il passaporto, rinviandolo (oggi) a una nuova udienza. Lui dice d’essere rientrato per senso di responsabilità («Churchill è il mio esempio»), gli avversari sostengono che la sua presenza è necessaria per fare andare avanti gli affari di famiglia.
  • Poi c’è Volodymyr Zelensky, l’attuale presidente. Un ex attore comico diventato padrone politico del Paese (vi ricorda qualcun altro?) che si vede precipitare nei sondaggi e per settimane ha pensato solo a come impedire un trionfale rientro di Poroshenko sulla scena. E mentre in casa ripete di restare calmi, di non precipitare nel panico, sui media americani va a elencare con precisione quale sarà la prima città invasa dai russi (Kharkiv), fa precipitare la grivna e i mercati, col suo allarmismo spinge gli investitori stranieri a scappare. A chi l’accusa d’incompetenza, risponde solo: ma vi ricordate di Poroshenko?
  • «Nessuno è all’altezza della situazione», ha certificato la terza attrice in commedia, o in tragedia: Yulya Timoshenko, la pasionaria con la treccia bionda, l’eroina della Rivoluzione arancione pure lei travolta dagli scandali, dalle inchieste, dagli arresti, diventata marginale nel dibattito eppure ancora forte d’un 15 per cento dei consensi. Yulya ha chiesto a tutti di prendersi un po’ di responsabilità, naturalmente. Ma quando i giornalisti stranieri l’hanno cercata, con ogni scusa s’è negata. Come mai? Nel momento dell’emergenza nazionale, per un mese, se n’è andata in vacanza a Dubai (e qui può ricordarvene a decine, a piacere).
3. Taccuino militare: le forze Usa in campo
editorialista

Mosca ha già schierato una forza imponente in vista di una possibile azione in Ucraina e non è escluso che altro materiale stia per arrivare. Il Pentagono risponde, in forma minore, indicando quali unità sono state messe in stato d’allerta. In caso di necessità saranno impiegati elementi — circa 8.500 — provenienti da: 82esima divisione aerotrasportata. XVIII Airborne Corps (Fort Bragg). IV Divisione di fanteria (Fort Carson). Militari della 101esima Airborne Division. Soldati e mezzi dalla base aerea di Davis (Arizona), Fort Hood (Texas), Joint Base Lewis-McChord, Fort Polk e da altre località.

  • Un portavoce ha precisato che i reparti riguardano logistica, medici, aviazione, trasporti, intelligence e supporto che potrebbero aggiungersi agli uomini già presenti in Europa. Secondo i parametri della difesa, i reparti devono essere in grado di intervenire nell’arco di 5 giorni (rispetto ai 10 tradizionali). Resta sempre alta la sorveglianza affidata agli aerei e ai droni lungo un asse che dall’area del Baltico arriva fino al Mar Nero.
4. Putin è l’uomo più ricco del mondo?
editorialista

Ora che gli Stati Uniti minacciano di colpire direttamente Vladimir Putin «con sanzioni ad personam» nell’eventualità che la Russia invada l’Ucraina — ma il portavoce del Cremlino ha già risposto che «per lui non sarebbero un danno» — si risolleva la questione della ricchezza personale del presidente russo.

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  • Per gli osservatori internazionali e le diplomazie occidentali è incontestabile — ancorché difficile da circostanziare — che le fortune di Putin siano sterminate e comunque assai più vaste di quanto dichiarato dal Cremlino. Nel 2017, in un’audizione al Senato americano, la sua ricchezza personale fu stimata in «200 miliardi di dollari di denaro sporco» messi via in anni di potere assoluto, segretamente. Una fortuna che ne farebbe verosimilmente l’uomo più ricco del mondo, se oggi, quattro anni dopo, il titolo «ufficiale» va a Elon Musk con i suoi 238 miliardi.

    • Eppure la ricchezza di Putin è cioè come l’araba fenice proverbiale: «che ci sia, ciascun lo dice», ma da dove provenga, a quanto ammonti e soprattutto dove sia restano a oggi notizie perlopiù misteriose, che già molti suoi rivali e oppositori — da Obama a Navalny — hanno tentato di indagare.
    • Il Cremlino, alla voce «trasparenza», dichiara proprietà e rendite modeste per un capo di Stato. Un salario pubblico di circa 130 mila euro l’anno (dato 2020). Un appartamento da 77 metri quadri. Un garage da 18 metri quadri, due auto vintage Volga GAZ M21, un Suv Lada Niva, una roulotte. «Tutti questi beni, cioè tutte le proprietà di Putin, si trovano in Russia», si legge nella dichiarazione.
    • In pochi, nel mondo, ci credono. Ancora oggi, venerdì 28 gennaio, un diplomatico britannico sul Times di Londra parla di «Londongrad», alludendo alla collocazione di una parte delle ricchezze occultate dall’entourage del presidente in investimenti e immobili nella capitale del Regno Unito, con la «sostanziale protezione» del governo conservatore, che dalla Russia riceve peraltro ingenti donazioni (2 milioni di sterline da donatori russi solo nel 2019).
    • In un’audizione al Senato americano, nel 2017, il superimprenditore Bill Browder (diventato molto critico del Cremlino dopo una vita di investimenti in Russia) ha stimato la fortuna personale di Putin in 200 miliardi di dollari, abilmente occultati all’estero. Ma non ha mai spiegato come fosse stata calcolata questa sua stima. Esiste una generale sensazione — riportata alla ribalta sulla stampa di tutto il mondo in questi giorni proprio dalla dichiarazione di Biden sulle «sanzioni personali» — che la ricchezza di Vladimir Putin sia, per chiunque all’infuori di lui, sostanzialmente incommensurabile e irrintracciabile, e comunque perlopiù nascosta fuori dal suo Paese.
    • La villa sul Mar Nero da 1,1 miliardi: provento di una maxi-tangente Anche tra le sole proprietà in Russia, comunque, l’elenco del Cremlino non è completo. Non vi figura, ad esempio, la faraonica villa sul Mar Nero, a Gelendzhik, la cui esistenza è stata svelata un anno fa dai droni della «Rete anticorruzione» dell’oppositore Aleksej Navalny. Sopra la villa ci sono diversi chilometri quadrati di «no-fly zone», e il palazzo, 14 mila metri quadri a Gelendzhik, sul Mar Nero, è quasi più uno staterello indipendente che una residenza di vacanza (leggi qui l’articolo completo).
    • Eppure la ricchezza di Putin è cioè come l’araba fenice proverbiale: «che ci sia, ciascun lo dice», ma da dove provenga, a quanto ammonti e soprattutto dove sia restano a oggi notizie perlopiù misteriose, che già molti suoi rivali e oppositori — da Obama a Navalny — hanno tentato di indagare.
    • Il Cremlino, alla voce «trasparenza», dichiara proprietà e rendite modeste per un capo di Stato. Un salario pubblico di circa 130 mila euro l’anno (dato 2020). Un appartamento da 77 metri quadri. Un garage da 18 metri quadri, due auto vintage Volga GAZ M21, un Suv Lada Niva, una roulotte. «Tutti questi beni, cioè tutte le proprietà di Putin, si trovano in Russia», si legge nella dichiarazione.
    • In pochi, nel mondo, ci credono. Ancora oggi, venerdì 28 gennaio, un diplomatico britannico sul Times di Londra parla di «Londongrad», alludendo alla collocazione di una parte delle ricchezze occultate dall’entourage del presidente in investimenti e immobili nella capitale del Regno Unito, con la «sostanziale protezione» del governo conservatore, che dalla Russia riceve peraltro ingenti donazioni (2 milioni di sterline da donatori russi solo nel 2019).
    • In un’audizione al Senato americano, nel 2017, il superimprenditore Bill Browder (diventato molto critico del Cremlino dopo una vita di investimenti in Russia) ha stimato la fortuna personale di Putin in 200 miliardi di dollari, abilmente occultati all’estero. Ma non ha mai spiegato come fosse stata calcolata questa sua stima. Esiste una generale sensazione — riportata alla ribalta sulla stampa di tutto il mondo in questi giorni proprio dalla dichiarazione di Biden sulle «sanzioni personali» — che la ricchezza di Vladimir Putin sia, per chiunque all’infuori di lui, sostanzialmente incommensurabile e irrintracciabile, e comunque perlopiù nascosta fuori dal suo Paese.
    • La villa sul Mar Nero da 1,1 miliardi: provento di una maxi-tangente Anche tra le sole proprietà in Russia, comunque, l’elenco del Cremlino non è completo. Non vi figura, ad esempio, la faraonica villa sul Mar Nero, a Gelendzhik, la cui esistenza è stata svelata un anno fa dai droni della «Rete anticorruzione» dell’oppositore Aleksej Navalny. Sopra la villa ci sono diversi chilometri quadrati di «no-fly zone», e il palazzo, 14 mila metri quadri a Gelendzhik, sul Mar Nero, è quasi più uno staterello indipendente che una residenza di vacanza (leggi qui l’articolo completo).
5. La tv russa: «È l’Ucraina che vuole attaccare»

Ma cosa sanno i cittadini russi della crisi che bolle in Ucraina? La macchina mediatica del Cremlino fa sostenere alla Tv di Stato che è Kiev a preparare la guerra, non certo Mosca. È l’esercito ucraino che sta pianificando un attacco su vasta scala nelle zone controllate dai separatisti filo-Mosca. E chi lo dice? Spesso sono gli stessi leader separatisti a denunciarlo.

imageSoldati ucraini

  • Il numero uno dei separatisti nelle Repubbliche fantoccio, Denis Pushilin, è apparso alla Tv pubblica dell’ex Urss dicendo che il governo di Kiev ha inviato «tutte le unità di attacco» nella regione orientale «in preparazione di un’offensiva». Tutto questo mentre i rappresentanti del Cremlino ridicolizzano le denunce occidentali sulla minaccia militare russa. E i 100 mila soldati ammassati ai tre confini dell’Ucraina? Si minimizza: esercitazioni in casa propria. Anziché farle in Siberia, si circonda l’Ucraina: dov’è il problema? Il 26 gennaio, ricorda la Bbc, sempre sulla «Rai russa», il deputato del partito di governo Russia Unita Andrei Turchak ha detto che «civili pacifici vengono uccisi mentre i capoccia occidentali spingono la giunta ucraina a invadere il Donbas. Davanti a questa prospettiva, la Russia deve dare assistenza alle Repubbliche di Luhansk e Donetsk con forniture di armi». Secondo fonti Usa citate dall’emittente britannica, la Russia potrebbe arrivare a organizzare un finto attacco ucraino (false-flag operation) per poi giustificare una vera invasione.
6. Chi va al banchetto olimpico di Xi Jinping?
editorialista

Aria di festa a Pechino. Aria di celebrazioni a rischio di essere rovinate. Il 1° febbraio è il Capodanno tradizionale cinese, inizia l’Anno della Tigre, un periodo considerato di ottimo auspicio — la Tigre incarna qualità quali forza, coraggio e successo — mentre il 4 (fino al 20) si apriranno i Giochi invernali in occasione dei quali il presidente cinese, Xi Jinping, riceverà oltre venti leader stranieri: in programma un banchetto e incontri bilaterali.

imageIl presidente cinese nel 2014

  • Oltre al presidente russo, Vladimir Putin, primo leader a confermare la propria presenza, ci saranno anche il presidente egiziano, Abdel Fattah Al-Sisi e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha annunciato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, in una nota diffusa dai media statali. A Pechino giungeranno anche i leader dei Paesi dell’Asia centrale, tra cui il presidente kazako, Kassym-Jomart Tokayev. Dal continente europeo è stato, invece, confermato l’arrivo del presidente polacco Andrzej Duda, del presidente serbo Aleksandar Vucic, del principe Alberto di Monaco e del granduca Enrico del Lussemburgo. Presenti anche il segretario generale dell’Onu Guterres e il presidente del Cio Bach.
  • In Occidente l’evento è già stato (perfidamente) battezzato il «banchetto dei tiranni». Questo perché, spinti dagli Stati Uniti, molti Paesi del campo democratico (ma non Italia, Germania e Francia) hanno deciso di unirsi all’annunciato «boicottaggio diplomatico» e dunque non invieranno delegazioni ufficiali nella capitale cinese. La decisione di Washington è stata giustificata, dalla portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, con il perdurare «del genocidio degli uiguri e della repressione dei movimenti democratici a Hong Kong», oltre allo scarso record dei diritti umani nel Paese. Dunque, ancora una volta le Olimpiadi diventano terreno di scontro politico quando, teoricamente, lo sport dovrebbe essere una zona al riparo da tensioni e conflitti tra le nazioni.
  • Il presidente Joe Biden ha in effetti deciso di limitare il boicottaggio alla «sfera diplomatica», lasciando agli atleti del Team Usa di partecipare alle competizioni. Certo, il clima di rivalità che si creato tra i due Paesi negli ultimi anni non potrà non riflettersi sulla permanenza — e sulle prestazioni — degli sportivi americani e degli altri Paesi che hanno aderito alla campagna anti cinese. Dall’altro lato della barricata, Pechino è sempre più in compagnia di Paesi che certo non brillano quanto a rispetto di democrazia e diritti umani. Le Olimpiadi invernali 2022 come metafora delle tensioni che avvolgono sempre più la comunità internazionale.
7. Sanzioni cinesi contro la Slovenia

Dopo la Lituania tocca alla Slovenia: la Cina ha imposto sanzioni commerciali al nostro vicino dopo che il primo ministro di Lubiana, Janez Jansa, ha promesso di rafforzare i legami con Taiwan, l’isola ribelle che il gigante considera cosa propria. Il premier sloveno la settimana scorsa aveva detto a una tv indiana che sperava di seguire l’esempio lituano aprendo una rappresentanza diplomatica di Taiwan. Per tutta risposta la Cina ha bloccato contratti e investimenti nel Paese mediterraneo.

  • La Slovenia è pur sempre una tappa della nuova Via della Seta progettata dal governo cinese per potenziare le infrastrutture del commercio con l’Europa. Ma a Bruxelles non siede un Marco Polo: il commissario al Commercio Valdis Dombrovskis, che tra l’altro è lituano, proprio ieri ha fatto partire un’azione legale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio contro le sanzioni imposte dal gigante asiatico nei confronti di Vilnius. Mentre le grande aziende automobilistiche tedesche che hanno fabbriche in Lituania hanno fatto sapere al governo lituano che lasceranno il Paese se la disputa con Pechino non verrà appianata.
8. L’attacco dell’Isis, lo scontro in Giordania

(di Guido Olimpio) Due notizie dal Medio Oriente. Una parola: tenacia. Da giorni un pugno di irriducibili dello Stato Islamico continua a resistere nella prigione di Hasaka, Siria nord orientale. I mujaheddin, dopo aver dato l’assalto al carcere per liberare i compagni, si sono asserragliati in una parte del complesso. Attorno le milizie curde appoggiate da forze speciali occidentali. Ci vorrà del tempo per valutare l’esatto bilancio (vittime, evasi) di una battaglia feroce e confusa. Un esperto ha sottolineato come, rispetto alla versione iniziale, sembra che l’attacco sia stato sferrato da un nucleo composto da 2 attentatori suicidi (a bordo di veicoli) e 12 uomini divisi in 4 team da tre. Numero nettamente inferiore ai 200 citati nelle prime ore dai curdi.

  • Il piano è avvenuto per fasi: infiltrazione in città, attivazione delle cellule, esplosione dei due mezzi ai lati del complesso, incursione all’interno, azioni diversive di altri gruppi, mobilitazione dei detenuti e presa d’ostaggi.
  • Nella vicina Giordania sono stati uccisi 27 trafficanti di droga, avevano milioni di pillole di Captagon, stupefacente prodotto di solito in Libano e Siria. I militari hanno sorpreso i contrabbandieri al confine siriano e ne è nato uno scontro a fuoco. Le perdite alte tra i banditi sono anche una risposta da parte di Amman all’assassinio di un soldato giordano, episodio avvenuto pochi giorni fa. La storia ha una dimensione politica e diplomatica. Alti esponenti del regime di Damasco sono sospettati e accusati di coprire il flusso illegale.
9. Musk contro lo studente «spione»

L’uomo più ricco del mondo contro uno studente diciannovenne che spia i suoi voli. Jack Sweeney è il proprietario dell’account Twitter chiamato @ElonJet, che ha 90 mila follower. Il suo hobby: segnalare gli spostamenti del Gulfstream G650ER da 70 milioni di dollari usato da Elon Musk. Il cinquantenne miliardario, che vuole conquistare lo spazio con i suoi razzi, sostiene che qualche «pazzo potrebbe sfruttare le segnalazioni» e mettere a rischio la sua sicurezza.

imageJack Sweeney

  • Lo scorso autunno il magnate di Tesla aveva offerto cinquemila dollari per acquistare l’account e chiudere il discorso. Sweeney risponde che se ne potrebbe parlare con 50 mila, cifra che gli permetterebbe di pagarsi gli studi. O in alternativa con una Tesla Model 3 in regalo.
10. Cavalli selvaggi senza libertà

Il governo americano attraverso il Bureau of Land Management vuole rimuovere dal West almeno 19 mila fra cavalli e asini selvatici che scorrazzano nelle aree federali di dieci Stati dell’Ovest. Altri 2.300 saranno sterilizzati. Lo denunciano gruppi animalisti come Animal Wellness Action e Friends of Animals.

imageCavalli selvaggi in Nevada

  • Secondo il governo queste misure sono necessarie per limitare l’aumento incontrollato dei mustang, su un territorio le cui risorse non basterebbero a garantire la loro sopravvivenza. La responsabile del Bureau, Tracy Stone-Manning, considerata vicina ai conservazionisti, è ora oggetto delle loro critiche: «Non ci ha messo molto a vendere la causa della natura» accusa Priscilla Feral. Parte dei cavalli catturati saranno dati in affidamento. Migliaia finiranno in strutture governative. Qualcuno tra i più vecchi potrebbe tornare allo stato brado, per morire in libertà. Tre gruppi per la protezione degli animali hanno denunciato in tribunale il governo del Nevada, dove pascola la metà degli 86 mila cavalli selvaggi che vivono su terre federali. C’è il sospetto che le autorità sfruttino dei vuoti legislativi per favorire gli allevatori dei ranch a discapito dei wild horses.
11. Storie di naufraghi: fratello e sorella

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato la foto di un uomo senza nome, desolatamente seduto sulla chiglia di un barcone capovolto al largo della Florida. Il sopravvissuto all’ennesimo naufragio di migranti nei mari del mondo. Martedì l’uomo era stato raccolto sfinito da una nave commerciale, a una settantina di chilometri dalla terraferma. Aveva raccontato che era partito nella notte di domenica dall’isoletta di Bimini, nelle Bahamas, con 39 compagni e compagne. Direzione Stati Uniti. Senza giubbotti di salvataggio. Ultimo anello, ultima tappa di un viaggio organizzato da trafficanti senza scrupoli di esseri umani.

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  • Ora sappiamo il suo nome, e qualche scheggia in più della sua storia. La Bbc Mundo ha appreso che l’unico naufrago salvato si chiama Juan Esteban Montoya. Ha 22 anni. Viene dalla Colombia. Per l’esattezza da Guacarí, nella Valle di Cauca. Viaggiava con la sorella minore, María Camila. Dopo quattro ore di traversata, la barca si è rovesciata per le cattive condizioni del mare. Per ore, ha raccontato Montoya, in venti hanno lottato tra le onde, aggrappandosi al relitto. Vedendosi sparire a uno a uno. La Guardia Costiera Usa ha recuperato cinque corpi, prima di sospendere le ricerche ieri notte. E ora si possono a fatica immaginare i volti delle persone care che a Guacarí hanno ricevuto le notizie sul naufragio. Juan Esteban e María Camila, un fratello e una sorella.

Grazie. A lunedì. Cuntrastamu.

Michele Farina

America-Cina esce dal luned al venerd alle ore 13.
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